Un posto. Charlie Chaplin, Ermanno Olmi e Toni Erdmann

entete.jpg

Toni Erdmann, film tedesco del 2016, è un’eccellente commedia noir sul lavoro e le relazioni umane. L’anima amara e lo sguardo ironico che lo caratterizzano, permettono di accostarlo ad una ricca tradizione di film sul lavoro. Da tre secoli il lavoro è un soggetto che continua ad appassionare i Maestri del cinema.

Non è un caso, infatti, che il primo film della storia sia La Sortie de l’usine Lumière à Lyon (L’uscita dalla fabbrica Lumière a Lione) uscito nel 1895 e diretto da Louis Lumière. Un film di grande semplicità. Pochi secondi in piano sequenza: scintille d’immagini sufficienti a ricostruire un cambiamento epocale.

Un flusso di lavoratori e di lavoratrici, ripresi frontalmente, sta uscendo da una fabbrica, scomparendo alla sinistra dello schermo. Seguono i macchinari e la chiusura dei cancelli.

La Macchina della Produzione industriale si muove secondo orari fissi, grazie al lavoro di massa e agli attrezzi, la tecnica. Il flusso umano segue direzioni ed obblighi definiti.

La macchina da presa è l’osservatore fisso: il testimone dell’azione, del movimento inarrestabile del lavoro e, quindi, del capitale.

In questo cortometraggio all’alba della settima arte, l’anima della rivoluzione industriale è colta in modo preciso.

È una dichiarazione di stile, d’intenti: fin dalle origini il cinema è la capacità di saper cogliere nei gesti, i più ripetitivi e in apparenza banali, il ritmo esatto di un’atmosfera economica e sociale, lo spirito del tempo.

La relazione uomo-lavoro, uomo-tecnica non smetterà di evolvere. Quarantuno anni dopo, lo sguardo di Charlie Chaplin saprà farne la commedia perfetta. La macchina da presa conduce lo spettatore dentro la fabbrica, dentro la tragedia della macchina. Tempi moderni è un vero e proprio trattato di antropologia.

L’ingenua lucidità e razionalità dell’operaio alle prese con il movimento anonimo e irrazionale dei meccanismi e dei bulloni diventa un gioco. Un gioco nevrotico. Ed è subito fuga.

Fuga dell’operaio inadatto dalla massa di disoccupati che, nel frattempo, è stata sputata dalla fabbrica. I lavoratori che nel cortometraggio di Lumière abbiamo visto uscire dalla fabbrica dopo una giornata di lavoro, ora sono manifestanti. Occupano le strade perché hanno fame, sono senza lavoro, e chiedono a gran voce di poter tornare nell’ingranaggio.

Chaplin racconta con poesia il meccanismo dell’ingresso e dell’uscita dalla fabbrica, della catena di montaggio. Il meccanismo che rende gli uomini schiavi, siano essi inclusi od esclusi dall’industria, al lavoro o senza lavoro.

L’uomo-Chaplin fugge e ride. La coscienza che la tragedia è ormai inevitabile, che l’ingranaggio non si arresterà, non riesce a soffocare la sua voglia di libertà. Quella voglia di libertà che Pasolini chiamerà “un disperato bisogno di vitalità”.

Sarà la stessa vitalità che anima l’intelligenza di Domenico, protagonista del film Il posto, di Ermanno Olmi.

Il contesto è cambiato, il film è del 1961, ma la corsa al lavoro non si è arrestata. L’Italia è in pieno boom economico, e il futuro è un’idea accessibile a tutti e per nulla utopica.

Domenico è un adolescente, figlio di una modesta famiglia della Brianza. I genitori lo incoraggiano a tentare un concorso per entrare in un’azienda di Milano e ottenere così un “posto a vita”. Un lavoro che permetterebbe al fratello minore di terminare gli studi. Domenico, capro espiatorio dell’organizzazione produttiva, non si sottrae e ubbidisce metodicamente al volere della famiglia, mosso da grande energia e da un pudore contadino.

Durante i numerosi test psicotecnici, surreali, che lo porteranno ad essere assunto come facchino, il ragazzo coltiva una storia d’amore, esitante, con un’altra candidata, Antonietta. L’incertezza e la titubanza che caratterizzano i loro fugaci incontri, la leggerezza e l’innocenza con cui affrontano le prove del mondo del lavoro, creano l’occasione dell’attimo sublime, l’istante del candore eterno.

Il mondo intimo del protagonista è urtato dalla violenza del mondo del lavoro, dove “tutti hanno la pessima abitudine di pensare che tutto è urgente”; l’intelligenza viva e fresca del protagonista si scontra con la mediocrità dello squallido universo impiegatizio.

I tratti del racconto documentario, ispirati al neorealismo, e la lentezza di alcune riprese, servono l’intreccio romanzesco: nel loro equilibrio Olmi disegna la relazione tra l’uomo e la macchina produttiva, relazione in cui trovano spazio le contraddizioni più aggressive.

Più di cinquant’anni dopo Il posto, una giovane regista tedesca si interroga sul lavoro, e in particolare sul ruolo di una donna lavoratrice negli anni 2000. Come Ermanno Olmi, anche la tedesca Maren Ade con il suo Toni Erdmann è riuscita a cogliere le contraddizioni violente del mondo del lavoro, un mondo profondamente mutato rispetto a quello di Domenico, ma non per questo meno desolato.

Winfried, il padre della protagonista, è un personaggio di chapliniana memoria, portatore di vitalità e curiosità per tutto quello che non è produzione di capitale.

Le fabbriche e gli ingranaggi sono stati soppiantati dalle aziende di consulenza. Ma le domande di senso restano intatte.

La figlia Ines, trentenne tedesca, conduce una vita di intenso lavoro a Bucharest in una ditta di consulenza per la quale lavora ad un “contratto di esternalizzazione”. Consunta e insoddisfatta, riceve la visita del padre. Il padre è un sessantenne insegnante di musica: dopo la morte del proprio cane, unico compagno rimasto, vuole tentare un riavvicinamento della figlia.

Dopo un primo rifiuto, il padre finge di tornare in Germania, per poi ripresentarsi nelle vesti di Toni Erdmann. E il gioco comincia. Camuffandosi con una parrucca e una dentiera, Winfried si intrufola negli incontri professionali della figlia, riuscendo ad attirare le simpatie del suo capo. Riuscirà a domandare alla figlia se è felice, e lei cercherà di evadere la domanda.

L’ironia del padre farà cedere la figlia, in un climax che esplode in una scena epica. Ines ha organizzato una festa con i colleghi: stremata dallo stress e senza più barriere a proteggerla dalla “macchina” decide di togliersi i vestiti e di accogliere nuda i propri ospiti. Il padre apparirà travestito con un abito tradizionale bulgaro, un enorme mostro peloso e alla fine del film riuscirà a riabbracciare la figlia.

Il film Toni Erdman mostra come l’assurdità di un lavoro anonimo non corrisponda ai nostri desideri di felicità, ma anzi li sotterri all’ombra degli scambi di denaro. L’alienazione delle relazioni umane provocata da “sempre più lavoro” in luoghi “sempre più ameni” del mondo tende a disgregare qualsiasi idea di benessere e ogni relazione.

La regista ha la brillante idea di mettere in scena il rapporto padre-figlia, un escamotage per parlare dell’attuale mondo del lavoro. Il film racconta il nostro Tempo, il tempo della realizzazione personale oltre ogni confine, fisico e spirituale. Una realizzazione che attraverso una cieca affermazione di sé annulla la conoscenza e l’amore per l’Altro. Il Sacrificio di sé è destinato solo a scopi produttivi e non per fare spazio per accogliere l’Altro. Nessuna lentezza, nessuna contemplazione possibili. La stessa lentezza che permetteva ad Ermanno Olmi di esitare con la cinepresa in pieno neorealismo.

Il padre Winfried sembra far vivere la speranza, è la traccia dell’interesse umano per l’Altro, per l’Amore e per la Vita, per quel che è inatteso, raro e incerto. E’ la vitalità che sopravvive, malgrado tutto.

Attraverso questi film si può osservare come l’attenzione dell’Arte si sia spostata progressivamente dall’assurdità della Macchina e dell’Ingranaggio (sconosciuti ospiti inquietanti), all’assurdità dell’Uomo (questo sconosciuto inquietante). Un Uomo che attraverso la Macchina nega la propria capacità di amare.

I personaggi di Winfried, Domenico e Charlot sono la garanzia, che il cinema continua ad offrirci, che oltre il lavoro e l’alienazione, c’è Vita.

Advertisements

About gracekant

Sempre alla ricerca della bellezza
Gallery | This entry was posted in Cinema and tagged , , , , , . Bookmark the permalink.

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out /  Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out /  Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out /  Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out /  Change )

w

Connecting to %s