Perché i giovani italiani hanno votato no al referendum

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Volti di giovani italiani alla domanda “Qual è il tuo rapporto con la politica?”

Per un anno show televisivi, riviste, webzine e dibattiti in Italia si sono concentrati sul referendum costituzionale del 4 dicembre. Secondo lo studio realizzato dall’Istituto Piepoli per RAI, la tendenza è chiara: la maggioranza dei ragazzi italiani sotto i 35 anni, il 68%, ha votato no. Perché la mia generazione non ha voluto confermare la propria adesione alle modifiche costituzionali e al governo Renzi?

Mancanza di opportunità

Ho 28 anni, ho lasciato la prima volta l’Italia a 21 anni per fare un Erasmus in Francia, a cui è seguito un Erasmus Mundus tra Brasile, Francia e Germania. Grazie ai miei studi ho visitato più volte l’est Europa.

Ci sono tantissimi coetanei sparsi per il mondo nelle mie stesse condizioni. Gli italiani all’estero regolarmente iscritti all’anagrafe sono circa 5 milioni su un totale di 60 milioni residenti in Italia.

Durante i miei viaggi, ho incrociato diversi ragazzi alla ricerca di un’occasione di studio o lavoro. Condividiamo gli stessi programmi TV dell’infanzia, lo stesso periodo politico, gli anni Berlusconi, molte preferenze musicali e spesso gusti di abbigliamento.

Discutiamo molto tra noi su quello che abbiamo lasciato a casa e quello che stiamo cercando nel resto del mondo; siamo tutti d’accordo su una cosa: l’Italia è un paese troppo corrotto per viverci, un paese che attraversa un profondo stato di stagnazione economica e sociale dal secondo dopoguerra; un luogo in cui i politici sembrano bambole televisive. Ma soprattutto, un paese che non offre sufficienti possibilità ai propri giovani per sviluppare i propri talenti in modo onesto, che non fornisce stimolanti esperienze lavorative, né la possibilità di battersi per un lavoro corrispondente ai propri studi.

Così il Paese abbandona i propri ragazzi alla frustrazione, scoraggiati e sradicati.

Il paese è tecnologicamente sottosviluppato rispetto ai suoi vicini europei e i servizi pubblici, come i trasporti, in molte parti d’Italia stanno perdendo la loro efficienza.

Matteo Renzi era la speranza di un nuovo inizio dopo l’era Berlusconi. Abbiamo creduto che il giovane Renzi fosse brillante, che potesse agire come il rappresentante di una nuova e vivace generazione europea, non contaminata dalla corruzione della vecchia classe politica e seriamente preoccupata del crescente numero di ragazze e ragazzi che ogni giorno se ne stanno chiusi in casa guardando la tv, avvolti in un’apatia senza speranza.

Renzi: un abuso della fiducia dei giovani italiani

Renzi si è rivelato piuttosto distratto rispetto ai bisogni dei giovani italiani e alla possibilità di studiare un progetto a lungo termine per dar loro nuove opportunità, occasioni concrete per costruire la loro personalità come cittadini responsabili e attori del “Ririnascimento” culturale ed economico italiano.

C’è stato un abuso della parola “futuro”: ripetuta come un mantra nei discorsi del Presidente del Consiglio, ha portato i ragazzi a perdere la fiducia e l’entusiasmo dei primi tempi. Questi non hanno tollerato la mancanza di azioni concrete per migliorare la loro misera situazione e il modo in cui Renzi ha cacciato il proprio predecessore, Enrico Letta, in un modo piuttosto meschino e aggressivo (commentando con la famosa formula “Enrico, stai sereno”!).

In agosto il tasso di disoccupazione dei ragazzi tra i 15 e i 24 anni è stato del 39% (dopo aver già toccato picchi del 43%!). Significa che quasi un ragazzo su due è senza lavoro. La mancanza di un piano a lungo termine può essere annoverata tra le cause di questi dati.

Nel frattempo, i ragazzi italiani sono connessi più che in passato con quello che accade ogni giorno all’estero; possono facilmente cercare opportunità online, scambiarsi informazioni sui social network, possono viaggiare per il mondo quando possono permetterselo, osservando il netto contrasto che emerge tra l’atmosfera dei paesi vicini e quella che si ritrova a casa.

Se andiamo in Norvegia o nel Regno Unito, i nostri coetanei hanno volti diversi, espressioni opposte alle nostre, modi di fare diversi, sono più sicuri e hanno più autostima, sono più indipendenti. Appaiono più adulti di noi, parlano dei problemi dell’ambiente, essendo meno concentrati sui propri, provano cose nuove, discutono del lancio di nuove imprese. O di come sia divertente fondare una start-up, essere manager del settore di un’impresa, o responsabile dello sviluppo di un istituto culturale.

 

Conquistare i giovani a colpi di tweet è un’illusione

Il voto al referendum non era solo un’approvazione delle modifiche costituzionali. Come voluto dal Premier, è diventato un voto sull’approvazione democratica del governo. E’ il voto dei giovani che dicono no alle persone che le hanno lasciate sole a sbrigarsela con gli ostacoli e le difficoltà della crisi e gli sviluppi selvaggi del mercato liberale.

Se si vuole ricostruire il rapporto di fiducia con i giovani bisogna ripartire dalla formazione, dal lavoro e quindi dalla cultura, la cultura dell’intraprendenza. Per questo serve un progetto politico, e quindi umano. Umano perché fondato sull’appartenenza ad una storia e a valori comuni, un progetto capace di rinnovare gli elementi dell’identità (che non è appannaggio dell’estrema destra, cara sinistra!) e dell’utopia del miglioramento delle condizioni umane, prima di quelle del mercato.

Oggi i ragazzi hanno strumenti per diventare più consapevoli di quello che è il mondo, e conquistarli a colpi di tweet è davvero un’illusione.

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