Parigi, un anno dopo. Intellettuali, politici e muretti a secco visti da Valeria Solesin.

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Il 13 novembre 2015 ero a Parigi.
Nel pomeriggio ho partecipato ad alcune conferenze sul filosofo Roland Barthes al Collège de France. Il Collège de France è un’istituzione, luogo della cultura libera, le lezioni sono aperte al pubblico. Qui hanno insegnato tra gli altri Michel Foucault, Claude Levy-Strauss, Henri Bergson, Pierre Bourdieu. Quest’ultimo l’ha nominato il “luogo di sacralizzazione degli eretici”.
Il 13 novembre 2015 di eretico ho visto gran poco. Ho ascoltato una conferenza di Alain Finkielkraut, intellettuale francese di destra, una serie di dettagli del loro incontro, molto snob e autocompiaciuti. Finkielkraut è l’alternativa colta e raffinata al giornalista Eric Zemmour, che invece emette frasi scandalose a ripetizione contro gay, musulmani, diritti dell’uomo, in modo comunque molto più scaltro di Salvini.
Ex maoista, accademico, ora repubblicano (la traiettoria naturale degli ex marxisti è spesso la destra poco moderata) Finkielkraut ha affermato la propria popolarità grazie a posizioni estreme o atti fastosi per esempio pro Oriana Fallaci, contro Tariq Ramadan, facendosi espellere dal movimento Nuit Debout. Finkielkraut mette d’accordo tutti: i repubblicani hanno trovato la propria voce narrante, l’opinione che fa senso su tutto. I francesi di sinistra lo stimano, perché è un intellettuale d’élite, e non osano criticarlo nonostante le sue posizioni nazional-populiste.

Dopo la conferenza sono tornata a casa. Mia madre mi ha svegliata con una telefonata : “Stai bene??”. Alla tv le immagini delle ambulanze, della polizia, la notte del terrore. Il discorso emozionato, la voce tremante del Presidente François Hollande ai francesi. Una guerra? Ho pensato ai miei amici dell’università, ai miei conoscenti, per la prima volta non riuscendo ad identificarli, ma pensandoli tutti in pericolo.

Il 13 novembre il mondo è cambiato, e anche io. Da quel giorno, come i miei amici, ho iniziato a vivere in modo agitato, spesso confuso. La nostra comprensione delle cose del mondo è andata in tilt. Valeria Solesin, vittima italiana del Bataclan, aveva la mia età. Anche Salah Abelsam e gli altri attentatori avevano la mia età.
Da quel giorno mi sono decisa a terminare la tesi in filosofia; mi sono convinta che è indispensabile raccontare in modo nuovo l’incontro tra religioni e culture differenti, l’incontro dei ragazzi della mia età, in questa casa che si chiama Europa. I politici al governo faticano a concentrarsi sulla popolazione che rappresentano, sulle questioni sociali, pensano che assolvere le richieste del Capitale e delle potenze multinazionali aiuterà a risolvere la crisi.
Mi arrabbio forte nell’ascoltare chi ci ha bruciato la speranza, politici che ammiccano alla finanza, spalleggiati dai mass media.

I presunti intellettuali, le élite di destra e di sinistra, sono inadatti a pensare il mondo, il mondo che la mia generazione abita. Sono stanchi e seduti comodi a commentarsi tra loro. Desiderano essere riconosciuti dal macellaio sotto casa, le sparano grosse come i politici, politici in miniatura, ma più innocui e sterili. Avrebbero dovuto fornire alla mia generazione le armi per pensare, o incitarci a cercarle, ma sono più preoccupati che il loro ego spaziale venga ritwittato e condiviso, si consolidi in tv, che la loro immagine si dispieghi nell’eterno vuoto.
Le loro idee sfumano alla velocità dei tweet, i loro presupposti radicali e violenti non sono diversi dagli annunci dei cosiddetti musulmani radicalizzati. Con la differenza che gli intellettuali si considerano i difensori della civiltà, privilegio delle società avanzate, le società della luminosa Ragione. Provate a chiedere quali sono i modelli, i maestri, le guide dei miei coetanei e vi assicuro che non citeranno nemmeno uno di questi Maestri del Nulla Cosmico.
Sono gli stessi coetanei che rispetto all’intervento armato in Siria, paese intasato di mire e interessi globali, dei nostri illuminati paesi occidentali non hanno mosso un dito.

Il 13 novembre 2016, a un anno dalle stragi di Parigi, il mondo ha nuove fonti di agitazione, in parte originate dagli attacchi terroristici che hanno colpito la gioventù europea.
Dopo l’allontanamento della Gran Bretagna dall’Europa, le azioni dittatoriali di un bullo-capo dell’ex URSS che mette le mani un po’ ovunque per indebolire l’Occidente, un altro bullo, fino a poco tempo fa un incubo scongiurato da un noto cartone animato satirico, è diventato presidente della Potenza Americana, mentre la Turchia continua ad incarcerare giornalisti e la loro libertà d’espressione di fronte all’inerme Europa.
Un anno dopo gli attentati di Parigi il mondo non ha smesso di scaricare la propria emotività. Un delirio condiviso di scelte geopolitiche aggressive e schizofreniche sta mettendo in pericolo l’avvenire libero e fraterno della mia generazione.

La cultura è coraggio. Deve provare davvero ad essere “eretica” rispetto a questo delirio. La mia generazione dovrà costruire un’alternativa seria al vuoto di speranza che ci è stato riservato. Azioni in direzione ostinata e contraria dovranno guidarci.
Dopo il 13 novembre abbiamo il compito di essere eretici, ovvero di muovere dubbi. Abbiamo il dovere di rinnovare le élite con la cultura, facendone declinare l’ego e l’impotenza a gestire la complessità.
La cultura deve essere il lavoro per ripensare l’incontro con l’Altro, l’incontro con le differenze, che il mondo oggi teme e rifiuta progettando muretti a secco.

 

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