Un padre, una figlia di Cristian Mungiu

01Alcune abitazioni di stampo ex-sovietico, luce opaca, quasi grigia. Accanto alle case un cumulo di terra. Qualcuno, che non possiamo vedere, sta scavando una profonda buca nel mezzo di niente. Così inizia il film del regista Cristian Mungiu, ambientato in una provincia della Romania.

Segue l’interno di una casa borghese, silenzio. Un sasso colpisce una finestra, frantumando il vetro con violenza. Il proprietario, un uomo sulla cinquantina, si precipita fuori. Dopo aver perlustrato il quartiere grigio alla ricerca di un volto, di un corpo, di un colpevole, attraversando i binari nell’istante successivo al passaggio di un treno, rientra sconfitto.

L’inizio teso, con immagini realistiche e riprese che inseguono il protagonista di spalle, suggerisce il seguito del film.

Il protagonista è un padre, un medico, che vuole a tutti i costi dare l’opportunità alla figlia adolescente, Elisa, di lasciare la Romania, di avviare una vita migliore della sua in un altrove più civile, l’Inghilterra. Il contesto è il volto umano della tragedia, il lutto delle ideologie che segue le guerre e la caduta del comunismo. Mungiu racconta il disordine, la confusione sociale ed esistenziale che ne segue.

Un lutto definito da rumori, lo squillo continuo di un cellulare, di un telefono in quasi ogni sequenza del film, che disturba con insistenza momenti di dialogo tra padre e figlia, tra uomo e amante, tra marito e moglie, tra padre e madre. La tecnologia interrompe la parola, rimpicciolisce lo spazio e il tempo dell’incontro.

Cosa c’è là dove è finita l’utopia?

Un commissariato di polizia dove si verbalizzano i dettagli dello stupro di cui è vittima la figlia Elisa fuori dalla scuola. Senza nessuna indulgenza né rispetto (lo stupro serve a diventare “donne”) verso la sofferenza del capro espiatorio di una decadenza diffusa.

Il sistema è malato. Negli ospedali, nelle stazioni di polizia, nelle prefetture, nelle scuole, di cui lo Stato non si occupa più, si sopravvive solo grazie all’applicazione quasi chirurgica di scambi, favori e corruzione.

Un bieco individualismo permette così agli uomini orfani di occuparsi di sé, del proprio benessere, ed eventualmente di quello della propria famiglia.

Il medico è un uomo onesto, ma presto si trova presto di fronte a un dilemma. Dopo lo shock dell’aggressione subita, la figlia rischia di non poter superare la maturità con i voti necessari per poter partire a studiare a Cambridge. L’unica possibilità per superare l’esame è chiedere un “favore”. E così il padre dovrà passare dal suo ex compagno di scuola poliziotto fino al Ministero della Giustizia al Preside della Scuola per truccare l’esame, per rendere possibile la fuga della figlia.

Il regista con sapienza intreccia l’esistenziale e il politico. Mostra l’esteso interesse dei figli dei paesi del sud a raggiungere la terra promessa. Non più l’America, ma la Gran Bretagna, quel luogo serio, sano, dove l’applicazione rigorosa della legge detta i limiti e offre occasioni, dove con il proprio talento e il proprio lavoro è possibile migliorare la propria condizione sociale. Là dove gli ideali di cambiamento dei padri forse sono ancora realizzabili. Una Gran Bretagna in cui la recente vittoria del Brexit marca una differenza, segnala un atteggiamento di difesa, una paura di contaminazione, forse per orrore di quella crisi economica ed esistenziale che ha colpito l’Europa e la sua cultura, infettandola di un solipsismo senza soluzione e che viene magistralmente raccontata da Mangiu in questo film.

La moglie, una bellezza avvilita, spenta, avvolta da una profonda malinconia, dallo stesso grigiore del paesaggio appare spesso seduta con una sigaretta in mano e lo sguardo perso rivolto alla finestra. Lei si oppone all’utilizzo di favori per la figlia “come potrà crescere portandosi questo peso sulla coscienza? Come potrà impostare la sua filosofia di vita su questo fatto?”. La madre è onesta, anche più del padre, non ha mai barato nemmeno alla maturità. I due ormai legati solo dall’amore per la figlia, si parlano, ma non si guardano. Insieme un tempo hanno sperato di poter cambiare le cose, di poter fare la rivoluzione. Ora lei sa e tace la relazione del marito con l’insegnante della figlia e spera forse un giorno di potersi separare.

Se il marito le ricorda che con la sua correttezza è finita a lavorare in una biblioteca, lei risponde che l’onestà si paga a caro prezzo.

Il film mostra la soglia, il dilemma etico vissuto da ogni individuo su cosa sia giusto fare, una volta posti di fronte alla possibilità di poter “barare”, di scegliere la via della facilità.

Nel frattempo alcuni carcerati sono liberati di circolare per la città, ingiustizia e crimine si confondono. La polizia, senza davvero agire, come in una farsa, continua a promettere di ritrovare il colpevole dello stupro. Il padre si ritrova aggrovigliato nella complessità delle proprie relazioni.
A differenza di Mia madre di Nanni Moretti, in cui il carattere intimista rendeva la storia un piccolo dramma autobiografico esteticamente raffinato, Mungiu riesce a rendere la sofferenza come una questione privata-politica-epocale dissolta nel paesaggio, nei dialoghi, in ogni inquadratura.

Dall’intreccio principale emerge un sottotesto, le piccole e grandi violenze alle quali ancora oggi le donne rumene (e non solo) sono costrette in una società radicalmente machista e diseducata alla bellezza.

La gravidanza dell’amante, giovane madre sola con un figlio, appresa dal protagonista con indifferenza in un rapido scambio in auto, il conseguente aborto accolto con altrettanta disattenzione, lo stupro di un’adolescente trattato dalla società come un fatto comune e ordinario quanto “giustificato”, un’infermiera assistente-personale del protagonista che si occupa di servire il proprio capo in ogni aspetto logistico e privato (parcheggiare l’auto, organizzargli le giornate etc.) compiacente come una serva.

Ogni figura di donna del film è pertanto resitutita nella sua ricchezza e nel suo dramma pubblico, epocale, in un modo mai scontato, quasi in un’evocazione della donna di Paolo Conte, la donna d’inverno “più segreta e sola, più morbida, più algebrica e pensosa, dolce e squisita”.

“Magda, com’è che siamo diventati nemici?”, il protagonista interroga la moglie. Lo smarrimento che li separa è una ferita che si fa sempre più profonda, come la buca scavata nella terra della prima sequenza, quel buco nella finestra provocato da sassi senza autore, quello stupro senza colpevole che infrange il limite del corpo.

Queste ferite si propagano nel corpo sociale e non trovano risposta, non c’è più l’utopia a saldarle insieme.

Il film sembrava suggerire che la giustizia non è di questo mondo. L’uomo è destinato a scavare buche senza sapere bene perché, se saranno utili e dove porteranno. Il regista avrebbe potuto esplorare quest’assenza di soluzione fino in fondo, senza proporre finali pacificanti, in cui i personaggi ritrovano un equilibrio seppur precario alla propria inquietudine, alla propria incapacità di rimarginare da soli la ferita.

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