Generazione terrorismo. Reportage da Bruxelles

di Anna Bonalume

 

Parigi

Martedì mattina mi sveglio come tutti i giorni. Devo andare i biblioteca per le mie ricerche di dottorato in filosofia. Come tutti i giorni consulto le notizie sul web, la rassegna stampa estera.

Vado a farmi una doccia. Poco dopo un’amica mi scrive “Bombe all’aeroporto di Bruxelles. Stai bene?”. Mi fiondo al computer. Twitter. Sento le vene congelarsi.

Qualche istante dopo una testata televisiva mi chiama e mi dice “puoi partire per Bruxelles?” “Sì”. Ho risposto senza indugiare.

Prendo lo zaino, il Mac, il cellulare, una camicia, i caricatori per le batterie.

Volo fuori da casa. Mi lancio per strada. Non capisco bene come dal 14° arrondissement, dove vivo, possa raggiungere Gare du Nord, dove partono i treni per Bruxelles. Non mi ricordo più.

Cerco un Velib, le biciclette a noleggio della città. Nel frattempo controllo sul cellulare il percorso da fare con i trasporti. Pedalo forte, sempre più forte. Raggiungo la stazione Denfert-Rocheraut.Mi precipito nella metro per cercare la RER, i treni sotterranei della città. La RER mi deve portare veloce alla stazione. Salgo. Il treno per la stazione rallenta. Ad ogni fermata fa una sosta di alcuni minuti. Si fermerà? Ci faranno scendere?

Arrivo finalmente alla Gare du Nord. Cerco nella concitazione di risalire ai binari. Folla-ostacolo da superare, da scavalcare. Chiedo ai funzionari della stazione se i treni per Bruxelles partiranno. Dicono di sì. Cerco di recuperare un biglietto, coda. Ansia.

Ce la faccio, ho in mano il biglietto.

Raggiungo il binario giusto, immensa coda. Per salire sul treno ci sono controlli diffusi su tutti i passeggeri, ai bagagli. Superati i controlli corro alla mia carrozza. Treno delle 10.16.

Nel frattempo cerco di chiamare chiunque. Chiamo gli amici a Bruxelles. Nessuna possibilità di contatto, segreteria. Le voci dei miei amici registrati. Emozione, paura.

Dopo pochi istanti un funzionario della compagnia ferroviaria ci avvisa che i treni per Bruxelles non partono. Scendiamo tutti, alcuni esitando. Molti chiedono spiegazioni. Risposta: “Madame, ha sentito cosa è successo a Bruxelles?”

Corro. Soluzione: noleggiare un’auto.

Mi fiondo in ascensore e raggiungo le compagnie di auto a noleggio. Siamo tutti giornalisti e vogliamo tutti la stessa cosa: arrivare il prima possibile a Bruxelles. Le compagnie sorridono e offrono auto a prezzi spropositati. Le auto disponibili stanno per esaurirsi. Un uomo, responsabile di una nota catena di hotel, insiste per condividere il viaggio con me.

Otteniamo un’auto, un’enorme 4×4. Filiamo alla velocità della luce. Lungo il tragitto l’uomo mi informa sul numero crescente dei morti e dei feriti. Le frontiere forse saranno chiuse. Proviamo ad arrivare. I miei amici continuano a non rispondere.

Alla frontiera non ci sono controlli, poche auto, tutto scorre.

Accelero e seguo le indicazioni del GPS.

 

Bruxelles

L’obiettivo è la metro, Maelbeek dove incontrerò il cameraman.

Moltissime auto in coda, in direzione contraria, stanno lasciando la città. Riesco ad avvicinarmi alla metro e parcheggiare. Pochissime persone sui marciapiedi e i negozi chiusi. La polizia pattuglia la zona della metro. Incontro un gruppo di studenti, spaventati, inconsapevoli. Hanno 16 anni e sono stati evacuati dal liceo. Mi raccontano che hanno dovuto aspettare ore prima di uscire. Potevano uscire uno a uno. Nessuno di loro è contento di essere in vacanza. Devono camminare per raggiungere i genitori allarmati che verranno a prenderli.

Mi fermo a guardare e ad ascoltare. Silenzio irreale. Mi ricordo il giorno dopo gli attentati di Parigi, il 14 novembre. Alle 9 del giorno successivo sono uscita, non potevo stare ferma in casa attaccata ad internet. Ho preso la metro e mi sono precipitata in centro a Parigi. Il quartiere Latino, quello del Centre Pompidou, la piazza di Notre Dame erano svuotati e silenziosi. Una tomba all’aria aperta.

Poche persone, alcuni turisti italiani che mi dicono “i musei sono chiusi, ma non ci facciamo rovinare le vacanze”.

Non dimenticherò quel silenzio.

Quel silenzio è qui a Bruxelles, di nuovo.

Incontro i tecnici, i colleghi, le troupe. Facciamo una diretta.

L’allerta è massima, sirene e polizia sono gli unici rumori, gli unici movimenti. I poliziotti sono figure anonime, hanno il viso coperto, solo gli occhi visibili. Impugnano mitragliatrici.

Chiedo alle persone, ai passanti come hanno vissuto l’Evento. Dicono di essere arrabbiati, commossi, di non sopportare questa violenza.

Le comunicazioni telefoniche sono bloccate.

Notizie da internet: gli ospedali sono colmi. Le scuole e le università evacuate. I treni e gli aerei non partono. La città è paralizzata.

Poco distante dalla metro c’è la Commissione Europea. Mi avvicino.

La splendida struttura moderna è silenzioso. Le bandiere sono a mezz’asta. L’edificio è stato evacuato, potrebbe essere un obiettivo di nuovi attacchi.

Le metro colpite dagli attentatori sono frequentatissime dai funzionari della Commissione. Non lontano si trova il Parlamento Belga. I poliziotti si moltiplicano.

Insieme al cameraman, un giovane come me, raggiungo la piazza della Borsa. Lì troveremo movimenti di solidarietà.

In piazza ci sono molti ragazzi come me, scrivono con gessi colorati “Noi siamo Bruxelles. Noi siamo la speranza”. Parlo con loro. Una ragazza è preoccupata perché il papà di una sua amica stamattina ha preso la metro e da allora non si hanno più notizie. Alcuni musulmani provenienti dall’Iraq mi dicono che la loro città è stata colpita e sono tristi. I ragazzi sono seduti sulla scalinata della Borsa. Candele, lacrime, fiori bianchi. Alcuni si chiedono: “questa non è una città razzista, qui vivono tutti, arrivano da tutto il mondo, e non si sente mai parlare di razzismo, non c’è una violenza legata al razzismo, conviviamo tutti”.

Mi sento triste come loro. Quando provo a parlare francese con molti di loro non funziona. I ragazzi in piazza parlano inglese, vivono, studiano, lavorano qui. Sono cittadini del mondo, del nuovo mondo e sono qui perché vogliono condividere questo momento con altri cittadini.

Alla Borsa ho sentito lo spirito della mia generazione: ferita dal terrorismo, multilingue, un corpo misto aperto al mondo e alla differenza, generazione immersa nelle nuove tecnologie e capace di vitalità e solidarietà quando i valori, i suoi valori vengono messi in discussione.

Voglia di continuare, alcune persone occupano la terrazza di un bar.

Penso ai miei amici belgi con i quali ho bevuto un caffè proprio a quella terrazza. Sono viaggiatori, ricercatori, insegnanti che non hanno ancora risposto alle mie chiamate. Angoscia.

Nel frattempo conferme, dettagli sull’attentato, lo Stato Islamico rivendica.

Mi chiedo come dovremo ricominciare.

Mercoledì 23 marzo. Una nuova giornata inizia e mi sento pronta. Pronta per una nuova responsabilità: affrontare la paura raccontando la Bellezza. Devo testimoniare la vitalità della mia generazione, quella dei ventenni che ricostruiranno il mondo partendo dalle metropoli ferite. Così voglio lottare contro il terrorismo.

 

 

 

 

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Sempre alla ricerca della bellezza
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