Sabato 22 novembre, Roma, #Notinmyname

Ore 15 di sabato 22 novembre, Roma. In piazza per denunciare il terrorismo. Per denunciare la differenza tra l’Islam e gli atti orrendi di Parigi che sono stati rivendicati in nome dell’Islam.

Sono venuta a conoscenza della manifestazione mercoledì 18 novembre. Ero a Parigi, dove scrivo il mio dottorato. Volevo partecipare, sentivo che sarebbe stato necessario esserci. Nel frattempo l’FBI ha segnalato un forte rischio attentati sulla città di Roma. Avevo paura. Ho riflettuto molto prima di decidermi di prenotare il primo aereo Ryanair e partire per la capitale.

Mi sembrava giusto partecipare ad un evento storico, una riunione di associazioni musulmane che segnalano la loro presenza, la loro attività sul territorio italiano dopo gli attacchi di Parigi e ne prendono le distanze. Avevo la speranza di incontrare molti giovani come me, giovani dell’età degli attentatori e delle vittime del Bataclan, 20-30anni. Avevo bisogno di parlare con loro, di guardarli negli occhi. Volevo sentire la loro vicinanza, la loro testimonianza, le loro reazioni e motivazioni. Volevo incontrare la comunità dei giovani musulmani, quella che come me e come tutti i ragazzi tra i 20 e i 30 anni, dovrà riprendere le fila del discorso aperto dagli attentatori. Quella che dovrà far fronte alla paura di essere un potenziale bersaglio, che dovrà saper scongiurare questa paura.

Siamo ragazzi, cristiani, musulmani, di tutte le confessioni. Altri ragazzi hanno deciso di ucciderCi in nome di dio. Ci siamo uccisi tra noi. Perché? C’è una logica? Perché colpire ragazzi di tutto il mondo che decidono di trascorrere una serata ascoltando musica? Quali sono state le motivazioni  dei ragazzi che hanno sparato ai loro coetanei? Conviviamo e dovremo convivere da adulti in un mondo cambiato dal terrorismo, un nuovo terrorismo, l’unico che abbiamo conosciuto. Dobbiamo farci i conti. La forza e l’entusiasmo della nuova generazione cosmopolita che rappresentiamo, che siamo, che abita il mondo, lo attraversa, lo ascolta, lo assaggia, lo ama, lo critica, deve impegnarsi, sopratutto dopo queste dimostrazioni di violenza, a migliorare le modalità di convivenza tra riti, costumi, culture, religioni differenti. La nostra apertura alle Frontiere, il nostro desiderio di scavalcarle deve essere la porta per questa convivenza. Dobbiamo per primi impegnarci alla responsabilità della convivenza non-violenta oltre le Frontiere.

Ho la netta sensazione che dobbiamo incontrarci, parlarci di quello che è successo e cercare di capire cosa sta cambiando, come possiamo sconfiggere le idee radicali che fanno male alla maggior parte.

Sabato a Piazza degli Apostoli pioveva. La piazza era piena, alcuni ragazzi, troppi giornalisti. Ho cercato di parlare il più possibile con i giovani presenti. Frequentano il liceo. Le ragazze mi dicono che hanno deciso di portare l’hijab come scelta libera. Mi piacerebbe che gli italiani ascoltassero le ragioni di queste ragazze, credenti e libere, prima di giudicare le loro usanze sulla base di una sensazione, di un’impressione del momento o voci altrui.

I ragazzi musulmani mi raccontano le loro discussioni in classe  con i compagni nell’ora di filosofia, quando il professore legge Sant’Agostino o San Tommaso, e le dimostrazioni dell’esistenza di Dio. I loro compagni sono infastiditi, non capiscono perché perdere tempo. Una ragazza che porta l’hijab mi dice che per lei invece è chiarissimo.

Parlo con loro di Parigi, racconto loro come si sta. Racconto gli sguardi sospettosi dei passanti, la nuova gentilezza, un avvertito calo dell’aggressività negli spazi pubblici condivisi. La presenza massiccia delle forze armate. L’improvvisa invasione della privacy dei ragazzi, la necessità di portare sempre con sé documenti, anche per entrare in biblioteca, per dimostrare di non essere terroristi. La vita dei ragazzi è cambiata.

Vorrei che tra ragazzi cristiani e musulmani riuscissimo a incontrarci, al di là dello schermo. Questo è il pensiero di questa giornata. Sento che dobbiamo parlare, guardandoci negli occhi e raccontarci quello che ci sta succedendo.

Il terrorismo ci ha fatto sentire più vulnerabili, potenziali vittime della strategia del terrore. Questa potrebbe essere l’occasione per unirci. Forse è troppo presto per dare voce a riflessioni sensate, stimolate da un’utile distanza, ma la prima è quella della necessità dell’incontro.

La manifestazione di sabato è stato un primo incontro, per me interessante.

Per il momento sento tra i miei coetanei di ogni provenienza solidarietà, grande paura e troppo spesso l’indifferenza, come se quello che è accaduto a Parigi non fosse Presente, come se fosse riducibile a immagini video come tante altre. E invece il nuovo terrorismo è anche il nostro futuro.

Ragazzi, incontriamoci! Nel confronto è possibile sconfiggere il terrorismo!

 

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