La legge del mercato di Stéphane Brizé. Belgio-Francia: 1-0

capture-dcran-2015-06-04-180616-tt-width-604-height-403-lazyload-0-crop-0-bgcolor-000000Perché quando si parla di lavoro nel cinema francese bisogna sempre darsi una bella martellata…sulla testa?

Il film francese “La legge del mercato” noto per il premio che il protagonista, l’attore Vincent Lindon, ha ottenuto a Cannes come migliore interprete maschile, è l’ennesimo ritratto realistico, più noioso della realtà. Esce il 29 ottobre nelle sale italiane.

Credo sia un fatto culturale, ma quando in Francia si devono rappresentare gli emarginati, coloro che sono più vulnerabili alle violenze, e quindi si producono film a soggetto sociale, si sceglie spesso il percorso dell’adesione documentaria alla realtà.

E’ come se al cinema fosse indispensabile ricreare un archivio, un repertorio fedele delle sfighe reali. Siamo già afflitti e turbati nella nostra vita quotidiana, per ritrovarci tali e quali sullo schermo. Come se essere realisti nella rappresentazione fosse l’unico modo per avere rispetto del proprio soggetto, un disoccupato cronico, e per trasmettere un atto di denuncia, quello contro le regole del mercato. Nessun motivo di lotta, qualche reminiscenza socialista, nella forma di una ricerca disperata del dramma a tutti i costi.

Manca il progetto, manca il conflitto, la tensione. Se si vuole adottare uno sguardo realista, è necessario per un buon film saper cogliere la complessità del reale; solo questo gesto permette di andare “oltre il dramma univoco”, personale del protagonista e della sua famiglia.

Il regista Sephane Brizé non è stato in grado di dare spazio al motivo della lotta, del conflitto, sfiorando la caricatura.

Un cinquantenne con una moglie brutta e gentile e un figlio handicappato, dopo 15 mesi di disoccupazione trova lavoro come agente di sicurezza in un supermercato dove il suo dovere è quello di denunciare i colleghi che commettono piccoli furti spinti dalla miseria.

Brizé sembra vagare alla ricerca di una situazione di dramma omogeneo. Fin dai primi dialoghi del protagonista all’agenzia per l’impiego o in banca si intuisce il tono generale del film. Si avverte la capacità di riprodurre la verosimiglianza delle situazioni e la mancanza di un punto di vista sistematico sulla questione del lavoro e la precarietà.

L’obiettivo del regista, puntato sulla gente comune, cerca in tutti i modi di estrarre espressioni di dignità in un mondo, quello del lavoro, mosso da macchine feroci. Ma non ci riesce, perché vince la ricerca del dramma.

Stephane Brizé avrebbe potuto imitare due film che hanno saputo raggiungere questa meta. Due giorni, una notte dei fratelli Dardenne (2014) e Tempi moderni di Charlie Chaplin (1936).

Nel primo i registi riescono a restituire la complessità dei dilemmi intorno al problema del lavoro, nella nuova era della disoccupazione di massa e della miseria insanabile.

Il film è mosso da tensioni e conflitti: tra pubblico e privato, tra società e individuo, tra comunità e famiglia, tra impresa e dipendenti, tra i momenti di debolezza e di forza della protagonista, tra maternità e lavoro, tra istinto di sopravvivenza e solidarietà, tra lotta e resa. E’ evidente che i Dardenne hanno alle spalle anni di indagine profonda delle atmosfere, dei rapporti, anche dissonanti, che muovono le persone vulnerabili, i rifugiati dell’economia. Il lavoro dei Dardenne è supportato da uno studio della maglia sociale, dalla capacità di estrarne i motivi essenziali di conflitto. La maglia sociale è il luogo del dubbio, delle contraddizioni condivise. Il loro lavoro è capace di diventare universale, di parlare a tutti, rinnovandosi.

Tempi Moderni, del Maestro Chaplin, mostra che è possibile danzare nel gesto della Ripetizione. Nella leggerezza sorprendente del gioco è possibile denunciare i luoghi e gli oggetti del dramma economico e umano. Tra le pieghe dell’assurdità della moderna sopravvivenza è possibile volare e non semplicemente “stare al mondo”. In questo senso Chaplin è diventato universale.

Che succede se il cinema abbandona la sua ambizione, quella di sollevare riflessioni grazie all’emozione, quella evocata dalla narrazione per immagini?

La legge del mercato non mostra nulla di nuovo se non quello che già conosciamo, ma in forma melodrammatica e caricaturale. Mancano le dissonanze, le discontinuità. Manca lo sguardo di Ungaretti, Allegria di naufragi.

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