(Ri)svegliarsi con Jan Fabre sul Monte Olimpo

Ho partecipato al più intenso, innovativo e interessante spettacolo teatrale degli ultimi anni. E’ stato sabato 17 ottobre al Teatro Argentina di Roma.

Vista la tendenza, pensavo che il destino del teatro fosse quello di morire di lento suicidio e invece, finalmente!, all’improvviso, la Bellezza.

Si tratta di “Mount Olympus- To glorify the cult of tragedy. A 24h performance” del regista e artista belga Jan Fabre. Lo spettacolo è stato ospitato a Roma in occasione del RomaEuropa Festival ed è speciale per la sua durata, 24 ore, dalle 19 alle 19 del giorno successivo, e perché si tratta dell’unica data italiana prevista per il 2015, prima di ripartire alla volta di Hong Kong.

L’ultima volta che ho sentito parlare di Jan Fabre è stato nel 2013 in occasione dell’esposizione a Parigi delle sue statue ispirate al Cristo Velato, conservato nella Cappella Sansevero di Napoli, sublime opera dell’italiano Giuseppe Sanmartino.

Una celebrazione del culto della tragedia
Chiamarlo spettacolo è inappropriato. Il regista stesso lo chiama “performance”. In effetti si tratta di un evento, un evento composto da diverse scene tratte da celebri tragedie, danzate e declamate al pubblico in un tempo dilatato.

Un tempo che sembra voler rispettare i principi di unità di tempo e luogo descritti da Aristotele nella sua Poetica.

20151018_163140I personaggi e le loro vicende si ricostruiscono, emergono e si dissolvono ad ogni ingresso in scena, con cambi di oggetti e vesti, senza la continuità di un unico racconto.

I dialoghi sono sopratutto frasi perentorie, frasi-slogan, frasi ispirate ai testi delle tragedie che vengono riprese, richiamate alla memoria dello spettatore, senza garanzia di finale. Alcune dinamiche chiave delle tragedie scelte vengono rappresentate attraverso dialoghi (rari) e danze (molte).

La danza e la coreografia sono la forza di questo spettacolo, in cui il ritmo non è mai tradito, ogni movimento è inedito, ispirato a modelli onirici.

L’evento, magico, a cui assistiamo è un insieme di tracce, dipinti degli istinti primordiali dell’uomo. Abbondano scene corali, danze collettive in cui l’elemento forte è la ripetizione del gesto e della voce-parola.

Quello che più stupisce dello spettacolo è l’armonia e la coerenza di stile che Jan Fabre riesce ad infondere a tutto lo spettacolo grazie alla direzione sapiente di 27 bravi attori. Si tratta sopratutto di ballerini e in maggioranza giovani tra i 20 e i 40 anni di varie nazionalità; ci sono anche due italiani, Pietro Quadrino e Matteo Sedda.

Lo spettacolo è poco recitato e lo è in cinque diverse lingue: fiammingo, inglese, francese, tedesco e italiano. Questa pluralità linguistica contribuisce ad attribuire all’evento un carattere universale, oltre il tempo storico e le particolarità culturali.

Siamo avvisati: è un evento, un rito sacrificale in cui si rivelano le verità più truci dell’uomo.

L’evento si suddivide in quattro parti: nella prima sono rappresentati L’inizio, e i miti di Eteocle, Ecuba e Odisseo, Edipo, Le baccanti di Dioniso (7ore no stop). Nella seconda parte Fedra, Alcesti, Ercole (5ore45, e qui abbiamo perso degli spettatori, ma ne sono arrivati altri), nella terza La taranta del sacco a pelo e Agamennone (solo 2ore e mezza). Nell’ultima Elettra e Oreste, Medea, Antigone, Aiace e la conclusione (5ore e mezza).

I biglietti per l’evento sono diventati introvabili nel giro di poco. Al pubblico è stato consegnato un braccialetto per poter uscire e rientrare a piacimento. Una possibilità meravigliosa: potersi allontanare dalla sala per andare a rifocillarsi oppure dormire. Nel foyer del teatro è stato allestito “uno spazio notte” con brandine per riposare. E’ stato bellissimo trovare tantissimi ragazzi accampati, dormienti, alla ricerca di caffè ed energia per tornare ad assistere al rito.

Chi avesse scelto di abbandonare, di non resistere fino alla fine, avrebbe lasciato la possibilità ad altre persone in lista d’attesa di entrare al suo posto. Questa estensione di libertà per il pubblico ha creato le migliori condizioni perché chi fosse rimasto si trovasse in compagnia di persone molto attente e motivate, disposte ad un lungo silenzio.

Molti tra il pubblico erano addetti ai lavori, direttori di teatri, giornalisti, attori, ma c’erano anche curiosi ed appassionati.

Un rito che celebra l’Arcaico

I titoli richiamati nel programma sembrano dei meri pretesti per risvegliare lo spirito della tragedia. Spesso non è stato facile ricondurre gli attori ai personaggi interpretati se non per qualche parola chiave nelle loro battute come “figli uccisi”, “copulato con il figlio”, “la legge di Creonte” e così via…

L’evento, la performance è stato un puro rito celebrativo, in particolare grazie ad alcuni elementi: Jan Fabre ne riprende e ne restituisce la semplicità per riprodurre un’atmosfera arcaica, un’esperienza disarmante. Disarmante perché grazie a questo spettacolo si percepisce ciò che è primitivo, la danza, la lotta fisica, le urla, e si avverte come dimenticato, sepolto nei gesti personali, nelle preoccupazioni individuali di ogni giorno, che il progresso dell’umanità plasma facendone la storia del mondo. Una storia che ad ogni attimo rende l’uomo un “esperto tecnico” e lo allontana sempre più dalla materia, dal sangue e dalla carne, dalla materia pulsante, e quindi dalla sua storia innanzitutto collettiva, sociale, civica, dal suo destino collettivo di “essere carne” insieme, di essere carne vitale e mortale.

Il tempo, architetto, bussola sregolata 

Il tempo. La sua durata sembra infinita, ci riscopriamo infinitamente impazienti. Dopo una decina d’ore di spettacolo (con pausa naturalmente!) alcune scene si ripetono. Il nostro corpo vorrebbe abbandonarsi al sonno e i nostri occhi socchiudersi. La durata di alcune scene teatrali pare a primo acchito “esagerata”. Solo lasciando decantare il tempo dello spettacolo dentro di sé, lo spettatore ne avverte la dilatazione come necessaria.

In una raccolta d’interviste del 1992-1993 Fabre afferma: “nel mio teatro voglio parlare innanzitutto di momenti o frammenti evocatori. La “durata” dell’azione o del movimento rivestono un’importanza capitale nelle mie rappresentazioni. Daranno l’impressione di essere dei momenti evocatori. Il teatro, per definizione, ha un rapporto con il tempo, con la “durata” di un tempo manipolato (…) il tempo quale architetto, bussola sregolata”.

Ci scopriamo, dunque, assolutamente inadatti alle arti lunghe. Una visita al museo dura in media un paio d’ore, quattro se si tratta del Louvre, un film non più di due ore, uno spettacolo tra una e due ore, un concerto sempre un paio d’ore o poco più.

Questo spettacolo ci permette di fare esperienza dei limiti del nostro corpo, ci rivela le nostre umane limitate abitudini e ci offre la possibilità di provare ad andare oltre il limite dell’attenzione.

Resistere 24 ore ad uno spettacolo lascia arrendere molti senza nemmeno averci provato. Chi ha assistito allo spettacolo di Fabre può testimoniare di aver sperimentato una nuova ed eccezionale forma di fruizione del tempo.

Gli scambi della socialità virtuale che noi siamo si riproducono all’insegna del vincolo dell’immediatezza, escludono la lentezza quale intralcio, ostacolo al traffico di informazioni. Così si rende sterile la Parola: questa ha poco spazio, pochi caratteri per raccontare, per dire. E noi sappiamo bene che un linguaggio povero conduce in luoghi lontani dalla cultura…

Fabre ci lascia riscoprire come l’azione possa dispiegarsi nella lentezza, nell’espansione.  Così ha affermato: “E’ la mia energia vitale che in tutti i disegni, ricorre al gesto per  trattenere il silenzio nella tempesta e, così, provoca la lentezza come ribellione. Per prendere il tempo per le piccole cose essenziali. La nostra società va così veloce che bisognerebbe dirsi: “devo essere più rapido che rapido” o meglio imporsi la lentezza, riflettere lentamente”.

Comprendiamo con Fabre che forse proprio questa lentezza è la chiave per lasciar decantare, defluire come un vapore il senso del tragico che abita l’umanità dalle origini, il senso della storia umana, e della nostra vita individuale risucchiata di norma nella frenesia.
Carne, sangue, la tragedia d’essere incarnati

20151018_lancio organiGli organi. La presenza di veri organi di animali (cuori, polmoni, fegato etc.) accompagna l’intero spettacolo. Questi vengono lanciati, raccolti, disseminati sul palco, lavati in acqua in rituali di purificazione, estratti dalle vesti dei protagonisti. Un ritorno della materia, della carne a cui non siamo più abituati e che sul palco di Fabre riesce ad impressionarci per la sua magnifica presenza. E per la sua resistenza! Gli organi vengono a lungo maltrattati dagli attori come oggetti di scena, ma la materia organica sembra indistruttibile! Vedere carne animale sul palco di un teatro ha suscitato in me stupore e rifiuto, sensazioni sostituite quasi subito da un senso di famigliarità.

La carne, gli organi “umani” sono i resti del macello, la carneficina che l’uomo sragionante compie. Ecco il non-senso, il senso dell’assurdo e di morte che domina il destino dell’uomo, disordine provocato dalla follia, dal moto dionisiaco che da sempre convive accanto ad Apollo, l’unità, un Apollo, l’ordine, molto nascosto e dimenticato dall’intera performance.

Animali. Gli attori diventano animali, si muovono come uccelli, lupi, cani, fanno versi, e nei momenti di metamorfosi assumono posture animalesche.

Fabre lavora da sempre con gli animali e nel ’93 affermava: “E’ la curiosità delle cose della vita, lo stupore e la minaccia del senso d’attesa dell’ignoto. Tutto ciò che vive mi affascina. Lo stupore: oggi un segno di stupore è inteso come un’inferiorità intellettuale. Sai perché? Perché siamo tutti degli animali. Tutti sogniamo e tutti creiamo le nostre favole”.

20151018_104726Bianco. E’ il colore delle vesti dei personaggi per l’intero spettacolo. Le vesti segnano la metamorfosi, ogni abito può diventare altro, da veste a gonna, a copricapo, ad ali. Il bianco è il colore della purezza e della neutralità. I bianchi drappeggi avvolgono le donne rendendole muse sensuali, icone non terrestri, dee e portatrici di dannazione.

Sangue. Le vesti bianche sono sempre sporcate da macchie di sangue, rosso, indelebile, segno dello scorrere della vita, materia del dolore e della vita, del dolore della vita.

20151018_Medea3E’ come se in queste macchie si dicesse la verità del frammento del presocratico Anassimandro: “principio degli esseri è l’infinito (ápeiron), da dove infatti gli esseri hanno l’origine, lì hanno anche la distruzione secondo necessità, poiché essi pagano l’uno all’altro la pena e l’espiazione dell’ingiustizia secondo l’ordine del tempo”.

La purezza dei giovani partecipanti all’orgia è macchiata di sangue. La saggezza greca denota la nascita come ingiustizia originaria, un’ingiustizia indelebile e inguaribile che siamo destinati a portare in noi, su di noi, come macchia indelebile.

Il gioco del corpo, il sesso e la danza

Il corpo. I corpi degli attori diventano protagonisti, por20151018_181657tatori di senso. La verità è nel corpo, nel suo movimento, nel suo ritmo, nella sua natura. I corpi sono nudi e prestanti, le luci ne rivelano articolazioni e bellezza. Dopo l’impatto iniziale quasi di scandalo (anche se ormai a teatro i vestiti non sono da tempo più di moda) il pubblico riesce a comprendere la scelta del nudo come quasi naturale, nessuna volgarità, né ammiccamento. Piuttosto la natura così come si darebbe se l’uomo non avesse paura di mostrarsi, per un ragionevole pudore collettivo. La carne, la nudità nella sua semplice presenza, per essere più vicino ad un Arcaico dimenticato rapporto naturale con sé stessi.

I corpi si muovono con grazia ed eleganza anche nei momenti più truci. Giovani donne e uomini hanno qualità fisiche di sublime apparenza. Sono in movimento perpetuo e insieme danno vita al “senza limite”, all’orgia. I corpi sono sempre in lotta con altri corpi o con l’ambiente. Sono simulacri della tensione, della lotta per la sopravvivenza nel Tempo.

Il sesso. La prima scena si apre su due messaggeri seminudi raggiunti da due attori che interpretano cani. I cani inseriscono la propria lingua nell’ano dei messaggeri e questi annunciano che sulla città si sta abbattendo un vento di piaghe.

Il sesso è legato alla provocazione dell’orgia. Dioniso ha lanciato una maledizione sulla città degli uomini e questi sono destinati alla distruzione, anche tramite il sesso. Il sesso come piacere totalizzante non è generante, ma segno di una follia collettiva, del fuori controllo, del senza limite.

Il gioco. Le scene corali sono spesso “giocate”. Ci sono giochi di resistenza collettiva, gesti ripetuti fino al riso o alla mancanza di fiato, fellatio mimate fino a provocare un effetto ironico e al contempo fastidioso. Il più interessante è quello in cui i ragazzi sul palco in sincronia saltano la corda, una catena d’acciaio, per trenta minuti declamando un testo di ribellione, di rivolta. Urlano “We want heros now!”, vogliamo eroi ora!.

I ragazzi con la loro prestanza, la loro agilità, le loro urla sembrano essere la perfetta incarnazione di un istinto di ribellione primordiale all’assopimento delle coscienze. Ribellione all’abitudine che rende statico l’uomo, che lo rende facile soggetto del dominio altrui.

20151018_190058L’azione si conclude con lo sfinimento degli attori che piano piano si arrendono per fatica e lasciano la scena. Portare il corpo degli attori all’esaurimento delle forze è sorprendente, un lavoro, un gioco poco ronconiano, in cui le capacità della declamazione perdono importanza, a favore di qualità fisiche di prestanza e resistenza. Fabre sembra voler dirci che solo nel corpo si verificano i limiti umani, si può tentare di osare l’impossibile, raggiungendo stati artistici inediti.

Il gioco stabilisce le proprie regole nella perfetta complicità degli attori, che mostrano di prestare fine ascolto ai movimenti dei propri compagni di gioco e dell’ambiente, dei ritmi che il gioco assume.

Spesso questi giochi si prolungano troppo ed è il caso della scena collettiva dell’orgia con la natura: gli attori mimano scene di sesso esplicito con arbusti, prolungati fino a provocare da sorpresa e stupore, un respingente sentimento di eccesso ingiustificato.
La corda è un oggetto molto interessante. Oltre ad ornare i corpi “legati”, imprigionati20151018_161629 nella maledizione della sragione, è uno strumento di gioco.
Una scena meravigliosa è quella in cui tre coppie maschio-femmina in piedi su tre tavoli bianchi si tengono in sospensione ai bordi opposti del tavolo trattenendo i lembi della catena. Nella resistenza del corpo le coppie sperimentano il limite e l’abbandono del corpo ad altri corpi.

La catena è utilizzata in diverse situazioni che riguardano singoli, comunità e coppie. Può diventare un animale selvaggio che Ercole deve sconfiggere per esempio.
Nel finale i corpi fanno un gioco di colore: gli attori correndo sul posto vengono colpiti dai compagni con vernici, paiettes, piume, terra. I loro corpi diventano opere d’arte e urlano al pubblico la frase “And now give me all the love you got”. E adesso datemi tutto l’amore che avete! I giovani infatti sono eroi le cui mani grondano sangue e vogliono essere amati, onorati e desiderati dalla comunità.

Dioniso. Il personaggio che più affascina è Dioniso, interpretato da un ragazzo particolarmente grasso, con una fisicità orgiastica, un corpo obeso e gonfio, dal volto satiresco. Recita in inglese e la sua prima apparizione è nel mitico ballo di gruppo iniziale su ritmi pop contemporanei. La sua presenza e la sua perfetta interpretazione attirano come una calamita lo sguardo del pubblico.

E’ lui che pronuncia le ultime battute dello spettacolo: “Riconquistatevi il potere. Godetevi la vostra tragedia. Respirate e immaginate qualcosa di nuovo”. “La verità è follia”.

Prova di pubblico, uno spettacolo necessario

Mentre sul palco i corpi degli attori si muovo sincronicamente e instancabilmente, lo spettatore è chiamato ad esserci, a lottare contro la fatica corporea per stabilire la propria presenza, che la persistenza della veglia richiede.

Questo spettacolo è necessario. Abbiamo l’abitudine di studiare la tragedia in modo intellettuale, e quando va bene assistiamo a messe in scene della tragedia che mettono l’accento sui dialoghi, le azioni e i caratteri dei personaggi. Talvolta si accennano danze orgiastiche, ma appunto si tratta di meri accenni. E’ difficile assistere a spettacoli che ci restituiscano “cosa vuole veramente rappresentare la tragedia”.

Come afferma il filosofo Peter Sloterdijk nel suo libro, non ancora tradotto in italiano, “Nietzsche, der denker auf dem Buehne” (Nietzsche il pensatore in scena), “La Nascita della tragedia parla delle origini della tragedia dalla sofferenza del mondo, che si esprime attraverso la musica, e si presenta essa stessa come una retorica notturna nella quale si fanno sentire, dietro un velo sonoro di frasi ben formulate e di esortazioni al coraggio, scoperte troppo dure per essere ascoltate senza disperarsi”.

In questa performance Fabre è riuscito a far sperimentare allo spettatore lo spirito arcaico che muove le azioni tragiche, uno spirito senza forma, perché la forma è nella parola e nella sua importanza per la storia. Qui si tratta di esperire la verità come follia, come sogno, orgia, eccesso, immagine, odore animale: un aspetto della tragedia spesso troppo edulcorato, reso metaforico nelle rappresentazioni contemporanee e che invece alimenta quello sposalizio magico, quel momento epocale che Nietzsche descrive nella coesistenza perfetta tra Apollo e Dioniso e che si avvera nello spirito tragico.

Fabre ha rappresentato l’aspetto dionisiaco, bacchico in modo capace, cogliendone sfumature ignote o ignorate offrendoci molti degli aspetti che il disordine e l’assurdo, componente umana, possono assumere. In questo bisogna riconoscere un’evidente influenza nel teatro di Antonin Artaud.

Jan Fabre, tra Bic e tragedie 

Bic-Dweilen

Bic-Dweilen

L’artista Jan Fabre, di fama internazionale, è attivo dal 1978, con una prima esposizione individuale ad Anversa, città d’origine, con l’opera Bic-Dweilen en Wetspotten (Stracci-bic e vasetti da sterilizzare). La sua prima presenza in Italia si registra nel 1979 in una collettiva a Palazzo Rucellai, a Firenze, sull’Arte Fiamminga Contemporanea, seguìta cinque anni dopo dalla partecipazione alla Biennale di Venezia. Ha iniziato la sua attività teatrale 35 anni fa.
La sua carriera si delinea inizialmente come disegnatore: “mi è sempre piaciuto disegnare. Disegnavo sul mio corpo, a volte sul corpo di altri. Erano le mie prime performance. Il disegno costituisce per me la pietra fondante di tutti gli altri progetti che ho realizzato e che realizzo”. Diventa conosciuto per lo sviluppo di un’arte inedita, la Bic-Art, un modo di lavorare che l’artista riprende spesso nelle proprie opere.

Si tratta di disegnare, scarabocchiare e di riempire enormi superfici di blu con tratti fini sovrapposti che lasciano apparire delle figure, degli animali che sorgono in mezzo ai tratti.

Le parole di Fabre esprimono bene le idee alla base dello spettacolo:

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Jan Fabre

“Noi artisti siamo una razza in via d’estinzione. Dobbiamo restare dei maghi che, con amore e calore, riescono a trasformare lo spettatore in un porco selvaggio o in un agnello innocente, a guarirlo o ad ammalarlo al momento opportuno, in modo che si renda conto che ha ancora un corpo e un cuore”

“Voglio che la mia opera artistica o teatrale resti sospesa nell’aria come una “domanda”. Il vento e il tempo la porteranno fino alla scena o allo spettatore voluto”.

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