LA REALTA E’ FICTION. LA SERIE TV “THE JINX”

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Il nostro rapporto con la realtà sta cambiando. La serie tv americana The jinx, in onda su HBO, è un ottimo esempio di questa transizione. Considerata da molti professionisti “la serie TV dell’anno”, è la storia di Robert Durst, presunto assassino, appartenente ad una nota famiglia di immobiliaristi americani, raccontata dal regista Andrew Jarecki nella forma di una docu-fiction.

In sei episodi si ripercorrono gli ultimi trent’anni del 72enne miliardario. I tre omicidi per i quali è indagato vengono illustrati con ricostruzioni, testimonianze di avvocati, conoscenti e funzionari della giustizia, immagini di telegiornali.!
Lo spettatore viene coinvolto nella ricostruzione di un’inchiesta speciale perché reale e mai risolta.

Sono ben lontani i tempi della celebre coppia Murder&Scully dell’FBI impegnati a risolvere misteri alieni in X-Files. La coppia passò il testimone ad un altro poliziesco, CSI, un successo in onda da ormai quindici anni su CBS per arrivare al più recente True detective. Dagli alieni, dalla fantarealtà, si è passati alla fiction, alla narrazione di indagini su casi di omicidi inventati. The jinx segna uno scarto rispetto alla storia del genere poliziesco così come lo abbiamo conosciuto negli ultimi vent’anni.

La novità rispetto ad altre serie è la scelta di un “reale” presunto assassino come protagonista e la sua decisione di accettare, per la prima volta, di essere intervistato. Questa svolta instaura nel pubblico il sospetto che l’inedita collaborazione del Mostro con il regista ci condurrà lungo un percorso di svelamento della verità. Per sei puntate rimaniamo in attesa di una confessione annunciata, essendo il panorama libero da altri “indagati”.

Come in un reality contemporaneo, lo spettatore penetra nelle pieghe dell’esistenza di una “star”, un “mito” della storia criminale degli Stati Uniti. Il regista risponde ad un bisogno preciso, alla curiosità umana di sapere com’è un Mostro, il Diverso, il Miliardario, lo Psicotico, l’Assassino in libertà, l’Altro. La narrazione del Mostro è abile nel rassicurare i telespettatori sulla distanza della mostruetudine dalla nostra vita quotidiana.

Il gioco imbastito dal regista è interessante. La serie trarrebbe la propria forza dalla capacità di disorientare lo spettatore, lasciandolo sospeso in una sensazione irrisolta tra verità e finzione.

Dichiarato ed evidente è l’elemento “finzione”. Il primo dettaglio che non può sfuggire è la sigla della serie: titoli di testa accompagnati dalle dinamiche della storia proposti nella forma di una ricostruzione. Una donna, un angelo cade dall’alto, immagini di paesaggi metafisici, polizia e cadaveri come icone, simboli del genere poliziesco-drammatico, musica soft e accattivante.

In questo appuntamento rituale, identico e ripetitivo, si dichiara immediatamente la volontà del regista di allontanarsi dalla realtà. Le immagini della sigla vengono lanciate dopo alcune sequenze iniziali della serie che si dichiara inchiesta- documentario. Una volta instaurato un rapporto di credibilità con lo spettatore fondato sulle immagini “reali” d’archivio la sigla delinea il genere: docu-fiction.

Altro dettaglio fondamentale di finzione è la scelta dei testimoni intervistati: tutti molto videogenici, in generale belli e ben ambientati, ben vestiti, a loro agio, per nulla o poco turbati. Nulla è lasciato al caso in questo gioco-inchiesta.

Anche il profilo dell’assassino è presentato in modo piuttosto classico: orfano molto piccolo di una madre suicida, padre assente e concentrato sullo sviluppo del proprio impero finanziario, frustrato da un fratello più astuto alla guida della compagnia del padre, incapace di intrattenere relazioni sentimentali equilibrate, capace di gesti inconsueti come piccoli furti.

Il regista decide di puntare l’attenzione sui legami, le relazioni e le nevrosi del protagonista. Vengono per la prima volta “fatti vedere” al pubblico i suoi rapporti famigliari, le sue paure, il suo profilo psicologico, i suoi tic.
Tutto in regola per un assassino, tutto presentato come già altre serie negli ultimi quindici anni, un vero e proprio profilo-fiction.

Quello che non è chiaro in tutto il “percorso investigativo” è ciò che spinge il Mostro a confessarsi al regista, ciò che tiene seduto per alcune ore il Mostro per farsi fare il quarto grado da Jarecki. Il Mostro decide che è venuto il momento di regalarsi una seduta dallo psicanalista? Il Mostro vorrebbe esplodere? Il Mostro non è seduto per motivi economici, è miliardario, non ha bisogno di soldi per stare seduto. Il Mostro è psicologicamente disturbato? Ragioni non sufficienti a capire che cosa trattenga il Mostro sulla sedia e non lo faccia mai avvicinare alla porta.

Il dettaglio più significativo e che ha elevato la serie a Regina dell’Innovazione Creativa è sicuramente la confessione finale. Nell’ultimo episodio infatti il Mostro viene intervistato un’ultima volta dal regista che lo pone di fronte all’evidenza di una prova scottante sulla sua colpevolezza. Il Mostro risponde in modo confuso. Ha bisogno di andare in bagno. Il Mostro è ancora microfonato, ci avvisa un testo bianco su sfondo nero. Come nei migliori reality il Mostro nel bagno-confessionale dichiara a sé stesso di essere l’assassino. Grazie ad una banale distrazione abbiamo incastrato il Mostro. O il regista è riuscito a incastrare noi, troppo distratti?

La bellezza della serie è dettata dalla precisione, dall’incastro puntuale degli elementi narrativi; il montaggio dei pezzi crea una perfetta situazione di attesa. Questa creazione è evidente. L’insieme della storia sembra troppo perfettamente ricostruito per lasciare piena libertà allo spettatore di avvertire profumo di realtà, sensazione di realtà.

Le regole di questo gioco sembrano essere le stesse di un videogame di calcio della XBOX. La regola è illudere lo spettatore-giocatore di vivere, esperire la realtà tramite “sempre più finzione”. I bambini oggi possono creare giocatori di calcio – avatar a propria immagine e somiglianza (stessi occhi, taglio di capelli, altezza, etc.) in campo con star del calcio come Balotelli. Gli avatar sudano, faticano, devono essere sostituiti. I bambini si stancano davvero e di notte sognano di aver passato davvero la palla al loro mito Balotelli. Per loro non c’è nessuna differenza tra fiction e realtà.

Così la serie si inserisce in questa transizione antropologica, epocale, di cui siamo protagonisti, in cui rappresentazione e realtà tendono a coincidere: cosa c’è di più reale della fiction?
Abbiamo davvero giocato con Balotelli, Robert Durst è davvero andato in bagno a confessare.

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