“Essere in debito, essere in colpa”, l’intervento del filosofo Carlo Sini al FestivalFilosofia di Modena

La scrittura è l’evento che segna, che inventa, che decide la modernità, e che dà origine al concetto di lavoro. Questa la tesi della conferenza tenuta dal filosofo Carlo Sini in occasione del Festival di Filosofia di Modena 2015. Allievo di Enzo Paci, Carlo Sini è uno storico filosofo italiano, esperto di fenomenologia ed ermeneutica. Ha insegnato per trent’anni filosofia teoretica all’Università di Milano. E’ stato il primo pensatore ad aver avviato una riflessione che avvicina Nietzsche e Heidegger al pragmatismo americano.
La sua conferenza è stata uno dei discorsi più chiari e luminosi emersi nel corso dei tre giorni di Festival. Ne riproponiamo di seguito un estratto.

20150919_114727La riflessione prende avvio da un fatto di stretta attualità. I greci sono colpevoli di non poter onorare il proprio debito economico. Per mesi ci siamo ritrovati ad ascoltare la parola “debito” e tutte le questioni annesse al fatto che fosse stato contratto da un paese dell’Unione. Per mesi le prime pagine dei giornali hanno citato il caso del debito greco.
Come mai nei confronti di un debito utilizziamo l’espressione “onorare”? Si onorano i genitori, gli dei, il Dio. Dovremmo dunque insospettirci, prendere le distanze dall’espressione “onorare un debito”. Solo così possiamo guardarla con strumenti critici e, tratteggiandone la storia, la genealogia, comprenderla meglio.

In quest’espressione si compendia un’eredità ancestrale che ancora in parte ci accompagna. “Debito” e “colpa”, infatti, sono le più grandi eredità del nostro passato.  Per comprendere questa eredità bisogna fare riferimento ad un testo di Nietzsche tale “Genealogia della morale” in cui viene narrata l’origine del concetto di colpa. Anche nei capitoli 58 e 59 di “Essere e tempo” Heidegger parla di debito e colpa come elementi strutturali dell’uomo.

Nell’uomo c’è un segno di decadenza originaria. L’uomo nasce dalla colpa, imperfetto, nasce da un mal tolto. Questo è il messaggio di molti dei miti delle origini. Ancora oggi noi consideriamo il mito del Paradiso.

Il cristianesimo è relativamente recente. La Bibbia riprende la tradizione sumerica: la terra dei giusti è caratterizzata al suo centro dall’Albero della Vita e più o meno discosto si trova l’Albero della Conoscenza.

Jahvé fa un discorso: per quanto riguarda la conoscenza del bene e del male l’uomo è come noi, bisogna che non colga dall’albero della Vita. E’ nota la conclusione del mito: l’uomo coglie dall’albero della Vita e da questo gesto deriva un destino di sofferenza, morte e lavoro. La sofferenza nasce dal fatto che siamo imperfetti.

Perché il nostro destino è il lavoro? Si tratta di una domanda radicale ed è meglio non porla ad un economista che ci risponderebbe subito con una categoria economica.

Il lavoro è quella stessa cosa per cui noi siamo in debito e in colpa.

Che cos’è il lavoro? Il lavoro si ha quando un gesto si iscrive su un supporto e produce un resto, un resto che si stacca dal gesto, e che è di tutti.

Possiamo fare un paragone con la vita animale. L’animale infatti non lavora. Nel Vangelo di Luca si legge: “i gigli del campo non lavorano e non filano, (…) guardate gli uccelli del cielo: non seminano, né mietono, né ammassano nei granai”.

L’animale, il vivente animale non lavora perché la sua azione è tutta intrinseca al suo corpo. Il suo lavoro lascia un segno, ma non produce resto.

Il cane produce rabbia nel suo corpo, produce segni che non sono resti, ovvero scritture del corpo che si incidono nell’ambiente circostante.

A differenza del segno il gesto comporta una scrittura del corpo, come per esempio il tatuaggio tornato di moda.

Nell’animale c’è la tradizione dell’evoluzione naturale, della genetica. Il lavoro inizia quando un’attività produce resti fuori dal corpo, manufatti. Gli animali non hanno mani per esempio, non possono produrre manufatti, resti.

Il lavoro produce resti che possono essere usati dalla comunità, resti culturali. Il lavoro quindi è una scrittura che produce resti su un supporto.

Per avventurarsi nel cammino di comprensione che chiarifica il debito
bisogna porsi la domanda: come nasce il linguaggio?

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Il linguaggio nasce come articolazione della voce. Il linguaggio ha luogo quando ci sono un gesto vocale e una risposta comune. Possiamo chiamare la prima parola un “vocefatto”.

L’animale sa fare molte cose, ma non sa quel che fa. Non può porre né riconoscere il mezzo del suo fare, la finalità, lo strumento. La finalità dell’animale è la propria eredità genetica.

L’eredità culturale invece è lo strumento dell’uomo, il medio dell’azione, un mezzo per progettare e riprometterci di fare questo e quello.

L’uomo è in debito: se non mantiene quello che ripromette è in colpa. Nella parola, nel linguaggio l’uomo diventa consapevole e responsabile di ciò che promette.

Nel volumetto “Su volontà e menzogna in senso extramorale” Nietzsche mostra come l’origine dell’esperienza del debito nasca dalla promessa. Mostra dunque l’origine pragmatica, antropologica, prima che teologica del debito.

Possiamo dunque tornare a parlare di Lavoro.

Il lavoro nel produrre dice, sa quel che fa. Quando accade questa “soglia” che modifica le possibilità del lavoro? Questa soglia si avvia con la prima scrittura del corpo: la voce viene trascritta. Quando la scrittura diventa scrittura della parola che vuole trasmettere la voce. Ci sono voluti migliaia e migliaia di anni prima della scrittura della parola. Questo ha creato l’eredità culturale, il pensiero come recupero di un’eredità profonda.

La scrittura ha origine presso la popolazione alamita e inizialmente viene utilizzata per  registrare il debito dei contadini che producono grano.

Si passa dai pittogrammi alle sintesi, a pochi tratti, attraverso un cammino di un migliaio di anni. Le sintesi vengono trascritte su supporti, le tavolette: in questo modo il debito, prima registrato oralmente, si registra in modo più efficiente.

Nel nostro percorso di comprensione facciamo riferimento a due elementi: un alfa e un omega.

L’alfa è la scrittura delle tavolette babilonesi.

Marcel Mauss descrive la logica che precede il debito ovvero la logica del dono, un modello che si instaura nel mutuo rapporto tra gli dei.

Cinquemila anni fa infatti l’uomo si dedica alla coltivazione della terra e la terra non è un bene che si possa possedere: non si può alienare perché essa appartiene agli dei, la terra nella sua generosa abbondanza sono gli dei. La terra è assegnata in dono ai contadini i quali ne offrono i frutti ai sovrani. A loro volta i sovrani dovranno rendere dono agli dei anche con sacrifici per assicurare la loro benevolenza nei confronti dell’intera comunità. Fin qui siamo nella società dell’oralità.

Cosa accade quando nella società arcaica, sacrale del dono si introduce la scrittura su tavolette? Nascono i primi contratti.

Con la scrittura infatti il debito nei confronti degli dei è diventato un debito tra gli uomini, non con il Padre ma con estranei. Con i primi contratti si assiste alla burocratizzazione del rapporto.

Cosa comporta la nascita del contratto?

L’impennarsi della produzione, si diventa infinitamente più ricchi perché tutto è strettamente regolato. La produzione ne trae vantaggi in termini di sicurezze.

20150920_132233Come afferma lo studioso Edoardo Bulgarelli, da questo momento i sacerdoti iniziano a diventare banchieri. I contadini che non ce la fanno per siccità, malattia, diventano schiavi del tempio, devono dare il proprio corpo per onorare il contratto.

Il contratto crea differenza, una divisione mai prima sperimen-tata. Crea distanze tra la verità e il mondo, tra gli affari privati e gli affari pubblici. La scrittura registra la verità di tutti, la verità pubblica. L’individuo che prima era UNO con la comunità, senza distinzione tra pubblico e privato, ora attraverso il rapporto privato e il debito contratto con il datore di lavoro, si ritrova solo.

Dopo la prima scrittura, la scrittura del debito, nasce la scrittura della legge, una battaglia tra Atene e Roma.

Da questo momento siamo tutti uguali davanti alla legge, ovvero siamo tutti soli davanti alla legge scritta: la legge, la scrittura della legge si disinteressa della nostra vita privata.

Quello che non è scritto, oggi diremmo quello che non è visto, non esiste, è effimero, quasi non ha realtà. La vita privata dell’individuo, non contemplata nel contratto, rimane una realtà inesistente.

Nell’antichità avveniva una cosa straordinaria: il Faraone attraverso una cerimonia poteva decidere di rompere le tavolette, annullando il debito, rimettendo il debito. Nell’era contemporanea questo è esattamente quel che non si riesce a fare con il terzo, quarto, quinto mondo.

ll Re nell’antichità dipendeva dal denaro, dalle proprietà gestite dai sacerdoti. Questi ultimi decidono di incidere sulle tavolette che queste “non si possono rompere”. Da questo momento la scrittura prende in usufrutto la vita. Per produrre ricchezza ci vogliono schiavi.

Se riprendiamo la favola delle api di Mendeville vi leggiamo come la produzione di ricchezza necessiti la presenza di milioni di poveri. I sacerdoti-banchieri lavorano per catturare la vita.

L’omega del nostro ragionamento si colloca a fine ‘600 con la nascita della prima banca nazionale europea, quella d’Inghilterra, il primo modello.

La Banca nasce da un’iniziativa di finanzieri privati che prestano oro alla Corona impegnata nella prima impresa capitalistico-imperialistica in India. I finanzieri prestano ad un tasso dell’ 8%.

La Banca inventa allora le “note di banco”: le banconote sono la prima liquidità che circola, corrispondenti all’oro prestato alla Corona e messo in circolo con l’illusione di poter ritirare un giorno in Banca il corrispettivo in oro. Il corrispettivo in oro delle note di banco non fu mai restituito.

Il banchiere inglese afferma “fiat money”! Afferma di aver inventato il denaro dal nulla, denaro senza il quale non si sarebbe creato il mondo moderno.

Da questo momento senza denaro non c’è lavoro, c’è miseria.

Il denaro è un’invenzione criminale e grandiosa, una bugia, una finzione, un imbroglio.

Il 15 agosto 1871 il presidente americano Nixon afferma che non c’è l’oro corrispondente al dollaro, è finito l’inganno. Il valore del dollaro deve dipendere direttamente dalla Borsa. Qui si verifica un cambiamento epocale: il denaro diventa merce. Marx aveva anticipato questa rivoluzione nel terzo libro del “Capitale”.

Il denaro non è più uno strumento, bensì oggetto della ricchezza con conseguenze preoccupanti.

Il meccanismo, il compromesso su cui si fonda il lavoro diventa il seguente: “tu devi produrre un 8% in più di quello che ti ho dato. Devi onorare il debito”.

La Chiesa medievale aveva condannato questo meccanismo come usura, usura che oggi è diventata costume consueto: dobbiamo produrre di più per restituire di più. Il debito è strutturalmente inestinguibile.

Nella Babilonia in cui ci troviamo la scrittura moderna impone di produrre più di quello che le singole vite dovrebbero produrre.

Nel capitalismo antico la scrittura denuncia un debito che va oltre la vita individuale, privata.
Nel capitalismo moderno invece la scrittura moderna impone di produrre più di quello che la vita collettiva consente. In questo senso il capitalismo è indifferente alla vita del Pianeta.

Possiamo creare dal nulla il denaro, i resti, i prodotti con una creazione quasi divina. L’albero della Vita invece non si può indebitare. Noi siamo in debito perché creature culturali, il debito è quello della scrittura della cultura.

L’uomo antico era affidato al suo destino incerto. L’uomo moderno è in pericolo, sta bruciando il terreno che calpesta. Il pagamento del debito non potrà essere demandato oltre a generazioni future. Il progresso ha portato squilibrio.

L’albero dell’Intelligenza non può prendere il posto dell’albero della Vita.

La grandezza della dignità del lavoro umano non potrà mai mettersi al posto della Natura.

La cultura allora deve diventare autoconsapevolezza e autoregolazione. Non si può mettere in campo la cultura per un semplice USO, ma bisogna attuare una Festa della Conoscenza. Non si può abbandonare ad un mero uso liberistico, ma il nostro compito dovrebbe essere quello di restaurare l’idea di una cultura laica, con un senso sacro.

La cultura dovrebbe diventare il libero gioco, una dépense, una dissipazione.

Wittgestein nel 1925 così scriveva in un frammento rivolto alla sorella: «Delle civiltà non rimarrà che un cumulo di macerie e di ceneri, ma sopra le ceneri aleggerà lo spirito». Uno spirito a cui la filosofia sa elevare, purché la si pratichi «come una composizione musicale».

La cultura è un automa, la cultura è il vero dio del lavoro umano che si muove da sé: noi siamo abitati dai nostri strumenti, dalle nostre parole, tracce della cultura.
20150919_193630Bisogna allora ripensare le transazioni economiche. La transazione è anonima, il creditore ha le sue ragioni, ma non bisogna rischiare di lasciarla impensata, quale impensato meccanismo dell’egoismo occidentale.

La transazione è innanzitutto una relazione, se dono un libro o vado a cena con qualcuno verifico a chi sto dando il libro o cerco di capire con chi esco a cena.

Il rischio del capitalismo moderno è di ricadere in una visione asfittica della transazione anonima. In questa direzione chi afferma “io non mi occupo di politica” lascerà che la “politica si occupi di lui”, che la politica lo svegli di sorpresa una mattina.

Le relazioni dovrebbero ritornare ad avere un’aura sacrale senza quantificabilità. Mentre oggi assistiamo ad una vera e propria mercificazione della cultura.

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One Response to “Essere in debito, essere in colpa”, l’intervento del filosofo Carlo Sini al FestivalFilosofia di Modena

  1. claudio says:

    Mi dispiace che il prof Carlo Sini non abbia citato David Graeber “I primi 5 mila anni del debito” da cui è scopiazzata tutta la sua esposizione (ero presente)

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