“Mia madre”, il nuovo film di Moretti

moretti buy

Una madre è sul punto di morire. Esplorazione dell’intorno. Osservazioni rapide e concitate sul film di Moretti

1) Se fossi foco arderei l’mondo Questa frase è secondo me il Moretti dell’inizio. Io sono un autarchico. La grazia del gesto, dimenticarsi di sé nel gesto che racconta, il gesto teatrale che è il mondo delle speranze, della bellezza sognata, balletti del surreale, bellezza immaginata e messa in scena, inconsapevolmente, da giovani, alcuni aspiranti artisti. Si struggono, faticano, lavorano, inventano un altro reale, leggero, volatile e forte. Il senso di disagio diventa una lotta all’ultimo cucchiaio di cioccolata.

2) Dopo un film sulla morte del padre, ecco il film sulla morte della madre. Moretti ha il coraggio di dichiarare la fine del tempo della  legge e della tenerezza.

3) Vedere “Mia madre”, e guardare in generale un film di Nanni Moretti, è un’esperienza ogni volta inedita, è una chiamata: “ricordati che devi pensare!”. La speranza del nostro cinema è il fatto di sapere che Moretti torna. In questi giorni mi verrebbe da urlare “Bentornato Moretti!”, bentornato al suo stile, il suo modo realistico e asciutto di riprendere e recitare, far recitare, come sempre, c’è una luce nuova sul presente, sul divenire delle cose. Come sempre c’è una partita a pallavolo tra cardinali, c’è la nutella, c’è un attore straniero esuberante che anima l’allegria dei naufraghi. La protagonista del nuovo film è una regista sui cinquanta in uno stato di dubbio avvolgente. Circondata da alcuni problemi comuni ai cinquantenni, una figlia adolescente non per forza appassionata dello studio, una madre malata, un lavoro messo in discussione, un fidanzamento galleggiante e un uomo alle spalle, ha la forza di diventare un personaggio a tratti universale, nel suo spaesamento rispetto alla realtà e alla sua voglia di lasciarsi piangere, nel suo desiderio di dire no a certe tendenze volgari del reale. Lo stato di sconforto della regista è quello di noi giovani. Ci ritroviamo oggi tra le macerie lasciate dai nostri genitori,  paesaggio postbellico, in un clima di assenza di lotte ideologiche, in assenza di lavoro, in un presente davvero troppo intrecciato di conflitti per poterlo decifrare. O per lo meno provare a decifrarlo fa quasi paura. Noi giovani che delle relazioni umane abbiamo fatto comunicazione, le esponiamo e gestiamo via web, relegando sguardi e incontri all’etere. Noi giovani troppo pettinati e con le unghie curate. Noi giovani che davvero ci confrontiamo con l’assenza delle figure del padre e della madre. Anche noi possiamo provare a trovare un’eco in questo film. Noi che facciamo la coda per andare a vedere i film di Wenders, chiedendoci come doveva essere vivere in quel tempo, “esserci” quando quei film uscivano per la prima volta al cinema, che tipo di giovani, che tipo di sogni riempivano le sale. Noi che ci chiediamo se c’è, se ci sarà, se mai potrà ancora esserci un Wenders tra di noi.

4) La splendida e irraggiungibile Giulia Lazzarini, che interpreta la madre nel film, recita come a teatro, come con Streheler. Accentua e decanta versi, professa frasi con enfasi, prende tempo, non dice battute, non parla a qualcuno, non entra in empatia con i figli, la nipote, né con le infermiere. Non incide come interprete cinematografica e in particolare in questo film. Questo l’allontana dall’autenticità che potrebbe assumere la figura dell’anziana prossima alla morte: l’anziana potrebbe raggiungere livelli di verità simili solo a quelli del bambino. Lazzarini si allontana dalla possibilità di interpretare le vie della malattia, quelle vie che allontanano barriere e avvicinano la nudità, sfidando il pudore. In lei c’è, scorre troppa vita. La sua recitazione, i gesti delle sue mani ne rivelano la forza. Lazzarini è invece in grado di assumere il distacco necessario per entrare nel ruolo dell’ex insegnante di latino, capace di insegnare alla nipote a usare il dizionario giusto, che negli anni ha assimilato, quasi fisicamente, l’analisi logica, il segreto del latino, donna capace di stare accanto ai libri. Una saggezza intellettuale che si accompagna alla capacità di lettura dei sentimenti della nipote, di cui individua amarezze e gioie senza la necessità della parola. Capace di insegnare alla figlia ad accarezzare i libri, ad averne rispetto.

5) Margherita, regista essenzialmente inadeguata, è interpretata da una splendida Margherita Buy, che Moretti è riuscito a far recitare senza quel consueto affanno da madre ansiogena. C’è anche quello, ma c’è sopratutto la presenza di una donna intera, la cui forza è resa meno ruvida, dai dubbi, le incertezze di madre, lavoratrice e figlia. Il suo sguardo cerca spesso punti di riferimento intorno a sé, vaga, cerca appigli. E’ insidiata da incertezze. Nel rapporto con il fratello, interpretato da Nanni Moretti, trova conforto e solidarietà per affrontare la morte della madre. Margherita dice la verità di Moretti, è il suo alter ego.

6) Moretti coglie perfettamente alcuni tratti del dolore e del senso di inadeguatezza dei figli. Affrontare la morte della propria madre è senza regole, come ritrovarsi in mezzo all’oceano. Il regista coglie le sottigliezze dell’atto di assistere, sempre e comunque incapaci, al rapido declino del corpo e della mente del genitore. Dei modi d’essere testimoni della volatilità di pensieri e comportamenti che abbiamo preso a modello o abbiamo rifiutato per tutta una vita. Il senso di subire la perdita di un confronto certo, conoscendo in anticipo il terreno. Un confronto apparentemente inesauribile, immaginato eterno, con chi ci ha inconsapevolmente messi al mondo e si è ritrovato a dover decidere di noi, per noi.

7) Interessante il contrasto tra i dubbi, le incertezze dei protagonisti, e le necessità pratiche che l’odore della morte porta con sé. Bombole d’ossigeno, pasti adatti, sedie confortevoli, flebo. Tutti noi prima o poi acquisiamo conoscenze mediche per accompagnare chi amiamo verso la fine. L’urgenza pratica, poi, tende a dissolvere molti dubbi. Le idee si dissolvono nella pratica, nelle pratiche, nelle esperienze. La vita, anche verso la fine, chiede di essere presa in carico, e i dubbi su di lei non hanno alcun effetto. Bisogna saper sollevare un peso, un corpo, quello di chi amiamo per portarlo in bagno e fare quello che giudicavamo “andare da sè”. Il contrasto tra incertezze dei protagonisti, flebo e set cinematografico crea tre diversi livelli di realtà, tre livelli che rendono la complessità: che cosa vuol dire essere umani? Raccontare storie, muovere un corpo, fare fatica e riflettere su tutto questo. I dubbi, riflessione sulla vita, sostanza invisibile che ci permette di fare arte, realtà dei sogni. Poi ci sono i set cinematografici, la materia dei sogni e delle storie, uno sguardo presenta una prospettiva sulla realtà.  Infine le flebo, la realtà che dal corpo pulsa, scorre, una realtà che poco controlliamo e molto scorre da sé, da sé tutta intera, scorre in tutte le direzioni, verso l’invecchiamento delle cellule, verso una direzione.

8) John Torturro è pura empatia. E’ l’attore protagonista del film di Margherita. Il suo ruolo di attore frizzante venuto dall’estero, che nulla condivide delle inflessioni intellettuali del cinema della regista Margherita, funziona. E’ puro contrasto, è vita che brilla, che scoppia nel suo tentativo di non implodere. Torturro balla, urla dal finestrino dell’auto, invoca nomi, i nomi dei mostri sacri defunti del cinema italiano del passato, Antonioni, Fellini, come cartoline di una città che non esiste più. Torturro ad un certo punto sul set urla di “voler tornare alla realtà”. Scherzando dice di voler champagne vero sul set. Anche Margherita, la regista, vorrebbe girare una scena al volante di un’auto la più vera possibile. Verità e realtà. Che cosa è vero? Lo scontro tra operai e padroni raccontato dai TG? Le indicazioni dei registi su come girare una scena? I dubbi che turbano le giornate di una regista che si sente essenzialmente inadeguata? Un conflitto latitante che rimane lontano da una soluzione, nel film.

9) Il film sembra sospeso. Come tanti altri film di Moretti riesce a mantenere quell’aura di perplessità, quella dimensione filosofico-esistenziale che provoca domande, mostra le domande nel loro farsi e tenta di misurarsi con l’incapacità di tratteggiare risposte.

10) Il soggetto del film su cui vediamo impegnata la regista Margherita è il conflitto per il lavoro, il conflitto più attuale e cocente a cui stiamo assistendo negli ultimi anni. Unione europea, austerità, crisi, dislocamento dei lavoratori, perdita dei diritti, acquisizione di imprese da parte di capitali stranieri. E perdita del lavoro. La regista cerca di mettere in scena un mediocre film in cui i lavoratori paiono usciti da un brutto ’68 e il padrone pare una caricatura senza troppo polso.

11) L’inizio della conferenza stampa di presentazione del film è questo,  Moretti afferma “non mi sembra mera nostalgia quella di parlare delle ragioni dello studio del latino nel film e mostrare la lunga coda all’ingresso del cinema Capranichetta che proietta Il cielo sopra Berlino. Da ottobre il Cinema Trastevere sta proiettando il film di Wenders, “Il sale della terra””. Bene. E’ un bene che si proiettino i film di Wenders. Ma dov’è la reazione a questi film? Si intravede un raggio di bellezza che sta influenzando le nostre arti? E poi, non sono sicura che Il sale della terra sia il capolavoro di cui possiamo vantarci, anzi per cui possiamo rassicurarci che il cinema di qualità sia ancora in circolazione e non muoia mai. Wenders è maestro nel cogliere i tempi e le immagini della lentezza, mostra una spiccata capacità nel cogliere l’intensità dei gesti del fotografo brasiliano. Tuttavia possiamo parlare di un bel documentario, di immagini piacevoli, della capacità di Wenders di raccontare il coraggio di un uomo che vive della propria passione, ma non di una sceneggiatura forte e affascinante, inedita, un punto d’osservazione della realtà inconsueto e magistrale, la capacità di concentrare, penetrandole, le dinamiche dell’umanità in cerca. In cerca di senso.

12) Questo sfugge. La ricerca di senso. Al termine mi concentro su una questione. E’ una domanda sulla confusione. Sul racconto dell’inadeguatezza degli intellettuali, dei pensanti, di come i pensanti facciano sempre più fatica a raccontare con formule di complessità convincenti il reale. Raccontare questa fatica, questa confusione e incertezza non deve correre il rischio di diventare un esercizio fine a sé stesso o al servizio della psiche del regista. La confusione personale, intima, privata nell’arte dovrebbe volare, diventare universale, di tutti noi. Come farlo senza essere fiction dichiarata, pop, mainstream, senza sfiorare la scontatezza, questo dovrebbe essere il compito del cinema, del nuovo cinema paradiso che nuovi giovani maestri dovranno incarnare. Poi mi chiedo cosa sarà il “dopo Moretti”, se ci sarà posto per giovani registi come Roberto Minervini…

Advertisements

About gracekant

Sempre alla ricerca della bellezza
Gallery | This entry was posted in Cinema and tagged , , , , , . Bookmark the permalink.

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s