Festival d’Avignone. Olivier Py e Orlando. Furioso, lo spettatore.

Superato il raggruppamento pacifico di intermittenti incazzati e loro alleati di ogni sorta, piazzati di fronte a “La Fabrica”, nuova sala prove e rappresentazioni di Avignone, ci si aspetta di assistere ad un grande evento. Sono le 18, “Orlando ou l’impatience” è il primo spettacolo del direttore presentato al festival (da sempre). In una giornata di sciopero come quella di oggi, sabato 12 luglio, lo spettacolo di Py è uno dei pochi assicurati.
Succinta e intensa recensione (o i perché di un’incazzatura contro chi fa teatro, ma sarebbe meglio che…): in sala sono presenti soprattutto addetti ai lavori della stampa, invitati e molti anziani. Riesco ad ottenere il biglietto all’ingresso pochi minuti prima dell’inizio grazie ad un signore molto gentile facente parte del Credit Cooperatif che è uno dei mecenati dell’evento. Il gentile signore se la svignerà a fine primo tempo, come me.

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In scena è allestito un palco rialzato, delle assi di legno formano la geometria di un cubo dalle facce aperte e sui lati appaiono coperchi di casse di legno con scritte di luoghi concettuali (cour, jardin).

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La prima apparizione, attesa, è quella degli attori che entrano in vesti “ordinarie” e annunciano che oggi reciteranno (a differenza delle altre compagnie ufficialmente scioperanti) ma il loro salario sarà devoluto ad un Gruppo cooperativo a favore dei tecnici. Applauso. Due voci off interpretano una lettura di Victor Hugo di fine ‘800 all’Assemblea Nazionale. Il fatto di riprenderla in tale contesto ha tratti patetici e demagogici oltre che pedanti, si nomina ripetutamente la necessità di ritornare allo spirito, e a Dio. La lettura dura 24 minuti.

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Lo spettacolo inizia. Possiamo suggerire che:
-si tratta di un delirio personale sfrociante e disordinato a tratti cattolici interpretato da attori, presumibilmente capaci, ma resi mediocri dall’interpretazione a loro richiesta
-il testo non ha nulla di interessante e i due concetti espressi nel giro di due ore sono: il teatro non ha soldi, i politici che gestiscono il teatro sono ignoranti, narcisi e culattoni, il teatro unisce il mondo esteriore e interiore, sogno e realtà; la gioia della giovinezza, ahi che nostalgia! Dio, Dio, Dio, sono contento di dirvi che a me piace Dio e faccio teatro perché ho scoperto Dio, mi manca la giovinezza e voglio raccontare la gioia della spiritualità, evviva la cultura.
Olivier Py farebbe meglio a raccontare i propri deliri personali al proprio analista e al suo confessore.

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L’orrore della mancanza di contenuto, il vuoto radicale che anima scenografia, testo e azioni impressiona chiunque abbia avuto a che fare con la cultura prima di questo spettacolo.

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