Yvan

tgtgtUna domenica dall’aria variabile. Mi sveglio con un’indecisione: continuare ad abitare il letto nella penombra protettrice della mia stanza o cercare la luce e con la luce, i pezzi giusti per costruire una colazione desiderabile.

Vince la vita e la voglia di essere svegli, vigili per vedere quello che succederà. E’ il cimitero dei decibel, una quiete mai raggiunta durante la settimana entra dalla finestra. I suoni della strada qui sotto, i suoni dei giorni feriali sono amplificati. Si sentono discorsi vivi, parole distinte, urla, lingue diverse, parole rincorse, mercati, bambini, parole dimenticate, motorini, canti di santi della notte.

Nessuno a quest’ora si azzarda a discendere negli inferi della metro. Nemmeno il fornaio ha l’aria di voler accogliere gli abitanti della domenica. Sguscio attraverso le quinte della mia porta a vetri fino alla cucina. Attraverso i pochi centimetri di corridoio che mi separano dal regno degli odori di ieri. Dalla finestra piove e non si sperano cambiamenti. Tre moke di misura ascendente abitano il parco nero di placche riscaldanti. Tre moke di epoche diverse, una soltanto ha il merito di chiamarsi Bialetti ed essere l’oggetto del desiderio di tutti noi quattro. Mi preparo il caffè e sento che tutto può ritrovare senso in quel semplice atto. Ritorno nel corridoio attraversando la maggior parte dei presunti 50 metri quadrati d’appartamento. Arrivo al frigorifero che per ragioni a me sconosciute si trova fuori dalla mia camera, primo oggetto incontrato da chi volesse farci visita. Un invito a dimenticare che possano esistere “luoghi adatti a”.

Tutto quello che desidero c’è: latte, marmellata. Fra poco il quadrato metallico appoggiato a una barra di ferro, il tavolo blu posto nella striscia di cucina che tra poco esalerà profumo di caffè, accoglierà il mio banchetto. Latte e cereali, pane burro e marmellata e pain au chocolat, una grazia della gastronomia francese, il senso di abbinare la morbidezza della brioche a dure pepite di cioccolato delizioso che fanno il successo dell’insieme.

Questo momento di beatitudine è però effimero. Per farlo durare più a lungo decido di accendere youtube e cercare “Everybody’s Gotta Learn Sometime”, colonna sonora di Se mi lasci ti cancello, grande film, di cui ho colto la grandezza solo a posteriori. La riascolto più volte perché la qualità del piacere del caffè non si disperda.

La pioggia lascia il posto a un sole inatteso. Le finestre sono aperte e il calore dalla finestra arriva fin sotto i vestiti. E’ fine ottobre, ma c’è ancora speranza. Qui la chiamano l’été indienne. Un nome che mi ha sempre fatto riflettere sul clima romanzesco che si aggira ancora oggi tra i discorsi dei francesi. L’estate indiana è un periodo di benessere climatico che colpisce la Francia tra ottobre e novembre, in cui si vorrebbe che fosse così per sempre. Ma che viaggiatori d’Oriente mi dico! E poi c’è la storia della canzone…

Per dare senso a questo sole mi consiglio di andare ai giardini di Lussemburgo per fare quello che devo fare, quello per cui sono qui. Studiare. O almeno mostrare a me stessa che sono in grado di catturare qualche concetto chiave in una giornata. Mi prendo il libro di Jaspers su Nietzsche e Lettera a D. di Grosz, un saggio di filosofia e una lettera d’amore per far mantecare meglio tutto.

Scendo le scale e prima di uscire lancio un’occhiata fugace alla porta della guardiana. Una persona incredibile. Una ragazza non ancora trentenne, è portoghese, Rodriguez. Ho cercato di parlarle. La prima volta mi ha respinta, poi ha capito che non le sono ostile come gran parte dei coinquilini schivi. Ha una figlia piccola che vive con lei nell’appartamento, sono sole e ridono spesso. La madre è affaticata ma energica. Ha dentro gli occhi una storia che un giorno, forse, mi racconterà. Sono due animaletti: cantano, giocano e urlano in pochi metri di spazio in un corridoio-cortile all’aperto. Con le cuffie alle orecchie Rodriguez lava le scale, siede in cortile, cantando da sola nelle giornate piene di sole, sposta la tenda per vedere chi entra. Si astrae dal resto dell’umanità come la gente per le strade del centro o nei vagoni della metro. Gli incuffiati, una componente sempre maggiore della società. La gente, poi, si ritrova in chissà quale mondo…

Prendo al volo la bici a noleggio della città. Un’invenzione urbanistica aurea che può portare a livelli di felicità e libertà altrettanto aurei in qualsiasi momento del giorno. Ma soprattutto della notte, momento in cui le comparse hanno finito di lavorare al film di tutti i giorni e abbandonano marciapiedi e strade, finalmente vuoti.

Mi sono vestita come mi andava senza rispettare il codice della città di Parigi che richiede un certo contegno nel colore e una conforme eleganza nello stile. Pantaloni larghi a righe colorate e la mia dimenticata felpa nera a macchie di colori primari.

Lascio la mia città satellite e attraverso le vie che mi conducono al centro. La gente è generosa in lentezza, attende i colori giusti prima di attraversare. Le auto non azzardano superamenti, ma proseguono come in un mondo fiabesco, in cui tutti i personaggi stanno cercando di superare un esame di guida, e nessun clacson osa prendere la parola.

Arrivo infine ai giardini di Lussemburgo. Il tragitto prevede il passaggio obbligato dal quinto arrondissement, tutte le sue donne, i suoi turisti, i suoi bar e negozi impomatati. C’è una passerella di gente della domenica per i marciapiedi, corridori o coppie benestanti, con tutine attillate con l’ultimo brevetto antisudore, impermeabili beige che fanno subito Francia. Ombrelli neri smilzi, foulard con disegnate strane forme di esseri monocellulari, grandi occhiali da sole, quasi monolente, e collant neri su gambe lunghe affusolate. Il ritmo è molto lento.

Supero gli edifici storici color impermeabile e abbandono il bolide. Mi addentro in quello che sembra essere il luogo di una storia sommersa, un regno sontuoso i cui unici esseri viventi sopravvissuti sono le guardie attorno al palazzo del Senato. Cespugli pettinati, suolo ordinato, cancelli imponenti: raggiungere la fontana al centro del parco senza cavallo mi sembra un oltraggio. Mi mischio ai tanti fantini che passeggiano soli o accompagnati per i giardini. Raggiungo una sedia qualsiasi che prenda tutto il sole possibile su di sé. Sedie verdi con forme diverse, a seconda di quello che ci vuoi fare. Puoi sederti come in ufficio, puoi essere un po’ inclinato o molto inclinato. Ho scelto l’inclinazione massima per poter leggere con il privilegio di poter decidere un improvviso cambio di scena e di abbandonare le membra come carne al sole.

Mi appresto a diventare incuffiata. La musica mi penetra l’umore, lo modifica, mi inietta dosi di senso. Immersa, ma non troppo nella lettura, dalla mia sinistra arriva in sfondamento un tizio. Un tizio che mi dice qualcosa come “buongiorno” e mi fa subito segno di togliere le cuffie per ascoltarlo. Ho pensato “beh, se partiamo che mi fai togliere le cuffie in questo modo, caro mio, non andremo tanto lontano”. Decide di sedersi prendendo la sedia che accidenti era rimasta libera nei dintorni. L’uomo ha un abbigliamento quantomeno estraniante. T-shirt verde acqua, sciarpa rossa, rasato, scarpe da ginnastica nero-gialle. Inizia a parlarmi della sua vita. Ma non è una vita adatta, adattata, conforme, in linea, sicura, certa, confermata. Lo intuisco dai suoi gesti nel raccontarmi il suo lavoro con i cosmetici: si irrigidisce quando deve mimare il gesto della crema sul corpo. Doveva diventare astrofisico qui a Parigi è di origine ucraina, mi chiede cosa faccio, studio filosofia, faccio un dottorato e che cosa studi in filosofia, studio l’ermeneutica tedesca e il pragmatismo americano, studio i segni o come interpretare il mondo per descriverlo, per dargli realtà, quella che a volte secondo me gli manca, la semiotica sai… Io invece conosco la filosofia indiana, mi interessa la metempsicosi, si tratta del karma e delle anime che si reincarnano in un feto, ogni oggetto ha realtà a partire da un’anima che lo abita…penso tra me che si esprime semplicemente e comprendo tutto ciò che vuole dire e non è quasi mai banale…continua a raccontarsi, a 19 anni ho lasciato gli studi e mi sono dedicato allo spirituale, non seguivo più il percorso dell’umanità, studio e poi lavoro, ho provato varie religioni, il cristianesimo, l’islam, l’induismo, il cristianesimo mi è sembrato inumano, l’islam troppo dogmatico, ero alla ricerca della saggezza e secondo me la saggezza vuol dire applicare le regole con buon senso, non voglio dire che sono contro le regole, sono militare io e amo le leggi, ci vogliono regole per vivere, poi ho trovato l’induismo. Sei stato in India? No ma ho incontrato dei guru qui in Francia e dei templi induisti. Uno aveva deciso di vivere la strada. L’ho incontrato una volta per caso, non aveva la faccia di un senza tetto, non aveva quella fisionomia che hanno tanti che stanno sulla strada, aveva il viso puro, non aveva quei segni…Anche io ho deciso di abitare la strada per un periodo. Fra 30 e 33 anni ho avuto una grande depressione e mi hanno internato in una clinica psichiatrica, ho tentato il suicidio. Ora vendo cosmetici, ma con distanza. Il mondo cerca soldi soprattutto, e io credo che i soldi siano necessari per fare una vita. Perché sei qui a Parigi? Per fare una vacanza dal lavoro, il lavoro è a Orléans, e per trovare degli amici, anche tu per esempio potrai decidere di diventare mia amica o potrai invece decidere che non vorrai. Devo tornare a casa per preparare delle cose per cercare un lavoro e poi ho freddo. Lasciami il tuo indirizzo mail. Vuoi anche il mio numero di telefono? Lasciamelo pure. Mi dai il tuo numero? No, ti contatterò io. Come si scrive il tuo nome? Yvan. Ciao Yvan, buona fortuna per il tuo percorso.

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Sempre alla ricerca della bellezza
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One Response to Yvan

  1. L'homme de la rue says:

    Décidément, que de rencontres dans ce coin là de Paris…

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