Serie tv: è il momento di Machiavelli!

243446-house-of-cards-diapo-1La serie House of cards ha vinto l’Emmy Award. Questa notizia potrebbe passare inosservata se non si trattasse della prima serie trasmessa online ad ottenere il premio, un fenomeno scoppiato sul web. La prima stagione, infatti, è andata in onda su Netflix, società che offre noleggio video e video in streaming on demand, a febbraio 2013. La seconda stagione è in produzione. Si tratta di una serie politica che vede protagonisti gli attori statunitensi Kevin Spacey e Robin Wright. Attualmente è in onda in Francia sulla rete privata Canal+, quest’anno è stata trasmessa a febbraio in Spagna e in Germania su Sky Atlantic HD. Arriverà in Italia in autunno su Mediaset Premium.

La storia è semplice. Frank Underwood (Kevin Spacey) capo della maggioranza parlamentare democratica al Congresso, si vede rifiutato il posto di segretario di stato. Vendicandosi di coloro che l’hanno tradito e compiendo le manovre più meschine, cercherà di ottenere un posto al Gabinetto degli Stati Uniti. La moglie Claire e il suo collaboratore e confidente Dough Stamper lo aiutano a riguadagnare il posto perduto. Underwood si servirà, tra gli altri, dell’aiuto di una giovane giornalista…

Le motivazioni dei politici, il dietro le quinte del potere non sono mai stati così intriganti. Gli attori sono eccellenti: Spacey nel ruolo del freddo e ambizioso macchinatore di strategie è sempre credibile. Volto impassibile, ma soprattutto dialogo con il pubblico. Il protagonista, interrompendo l’azione, anticipa e spiega le proprie mosse con sguardo fisso in camera, impedendoci ogni disattenzione. Un escamotage geniale, di shakespeariana memoria. Conquistati dalle meditazioni e dagli atti machiavellici del protagonista, ne seguiamo i dialoghi e aspettiamo che tutto vada secondo i suoi piani diabolici.

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Ciò che colpisce è la freddezza di ogni personaggio: ognuno di essi infatti sta lavorando per il potere, o meglio per conquistarne di nuovo. Non c’è altro ideale se non quello di sostenere od ostacolare il piano di vendetta di Underwood. Le relazioni extraconiugali vanno in questa direzione. Il sesso quale strumento dell’ambizione non è altro che una meschinità quanto lo sono gli sgambetti alla concorrenza. Furti di notizie, manipolazione dell’informazione, intimidazione, maldicenze, distruzione di ogni ostacolo umano frapposto al proprio obiettivo. Nessuno ostacolo al “fuorilegge”. Il protagonista negozia con la destra e la sinistra per far avanzare i propri dossier, sacrifica gli amici, non rimpiange nessuna delle proprie azioni, nemmeno la più dura. Il dubbio ha il corpo di donna: le donne della serie infatti sono forti e intraprendenti nella corsa al potere, ma sono anche le sole portatrici di un margine di ripensamento.

Per coordinare Machiavelli e televisione gli strumenti sono raffinati. La serie è esteticamente pulita: sobrietà degli spazi, arredamenti eleganti e tendenti al minimalismo, elementi pubblicitari, la scenografia oscura, ombrosa. Il risultato è un clima torbido. Le magnifiche riprese una contaminazione di cinema, serie e fotografia pubblicitaria. Intervengono dispositivi di ogni sorta: i personaggi sono alle prese con ultraschermi, Iphone, reflex. La tecnologia al servizio del potere. E della parola.

Al centro della serie infatti vi è il discorso e il segreto della parola. La parola, veicolo sofistico per eccellenza: la parola che deve convincere, non importa se del vero, del falso, del bene o del male, la parola servitrice di qualsiasi padrone, ben lontano dall’incarnare un interesse collettivo. La parola persuasiva come indispensabile mezzo della politica. In alcuni momenti i dialoghi fra i personaggi sembrano proporsi come una specie di corso di comunicazione (e di sopravvivenza) per tutti, politici e non.

Il funzionamento delle democrazie moderne sembra essere nero. E’ difficile trovare altre serie in cui l’atmosfera da soffocamento della speranza e della catarsi sia così netto. La serie politica danese Borgen, già trasmessa in Italia su LaEffe, presenta sì personaggi ambiziosi, ma spinti all’azione da ideali “altri” rispetto alla vendetta. Nel caso di House of Cards lo spettatore non può nemmeno sperare di innamorarsi del guizzo del brillante cinismo alla Doctor House. E’ piuttosto coinvolto in un iper-reale gioco di specchi, una concentrazione di retorica e atti politici “sporchi” che quotidianamente il giornalismo ci racconta su scala internazionale. In questo caso infatti il pubblico è interessato a conoscere il percorso della vendetta e il risultato del suo sortilegio: il gioco della ritorsione sommato a quello dell’ambizione troverà compimento?

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