Jimmy P. L’Europa ad Hollywood: Freud affaticato scende da cavallo

Ceci est une histoire vraie. La frase si dissolve su un paesaggio americano nudo, poi abitato da mandrie e allevatori. L’ambiente è calmo, una natura qualsiasi del West.

Il regista con questa frase ci avvisa che la storia è vera. Come tutte le storie reali dovrebbe essere banale nel suo scorrere.

La storia raccontata dal film si rivelerà invece sorprendente per il suo carattere incredibile, stra-ordinario. Il regista, Arnaud Desplechin, ha deciso fin dall’inizio di farsi(farci) del male. Perché questo avvertimento, ma soprattutto perché questo film?

jimmy_p

Manca l’obiettivo: non incanta, non trattiene, non…Una camera fissa posta in una stazione di Parigi ci avrebbe sicuramente più entusiasmato.

Il cinema è movimento. Scegliere di porre degli indiani, di cui conosciamo conflitti, guerre sanguinose per la sopravvivenza, scontri a cavallo, lotte etniche, la bellezza del culto per la natura e l’armonia del rituale, scegliere di porre il movimento naturale, mitico, di una popolazione divenuta cattolica per forza maggiore sul lettino di Freud è azzardato, e molto interessante. Quantomeno per la moltitudine di conflitti che si creano, e che non possono essere dimenticati o superati o risolti con scene di una stasi ancestrale.

Dopo la Seconda Guerra Mondiale, Jimmy Picard, indiano Piedineri che ha combattuto in Francia, viene internato all’ospedale militare americano di Topeka, in Kansas, dove si curano le malattie del cervello. L’indiano soffre di vertigini, mal di testa, cecità temporanea. Il suo corpo non ha problemi, e i medici lo dichiarano schizofrenico. Dall’Europa arriva un antropologo e psicanalista francese, Devereux, a cui si affida l’incarico di curare Jimmy P.

Benicio Del Toro, da cui si attende una recitazione brillante, sembra un calzino uscito dalla lavatrice: l’accento inglese sbagliato “da indiano” lo demolisce e gli toglie forza, sembra una caricatura mal riuscita; non supera in intensità l’interesse erotico che Banderas provoca alle casalinghe affamate di biscotti Mulinobianco.

L’antropologo, interpretato dal francese Mathieu Almaric, di origine ungherese, parla un inglese rumeno ed entra subito in relazione con Jimmy: nessun problema per l’indiano, lui e Freud se la intendono perfettamente”, parlano lo stesso inglese storpiato, si scambiano opinioni sulle donne, sulla vita, sulla lotta per la sopravvivenza, sugli shock sessuali d’infanzia. Fra stranieri ci si capisce, si sa. Problemi condivisi, problemi universali, problemi di conscio e inconscio, di traumi infantili, con cui gli indiani, si sa, hanno grande famigliarità da sempre.

Nessun conflitto, tutto fila liscio. L’indiano sembra una donna taciturna con segni da sindrome di menopausa. L’antropologo una persona capitata sulla sedia del dottore per caso. Possibile che la psicoterapia e un indiano delle pianure si frequentino senza ostacoli? Ma il regista ci racconta che l’antropologo è di origine ebrea ungherese e l’indiano viene dalle riserve, stesso destino di esiliati, di “spostati”: devono quindi intendersi, hanno qualcosa in comune e possono diventare grandi amici. Questi presupposti vaghi e ignoranti che rendono tutto coerente o meglio indifferente alla differenza, ci scuotono.

Tutto fila talmente liscio che il regista ogni venti minuti si ricorda di avere un pubblico dormiente e tenta di rianimarlo con scene splatter: un paziente internato con la faccia da zombie che si accoltella una mano, del liquido nero fuoriesce inspiegabilmente dalle orecchie di Benicio del Toro. Come se non bastasse una presunta amante inglese del dottor-antropologo lo raggiunge in America da Parigi per passare le vacanze lontano dal marito. I due si prestano poche attenzioni, quasi si evitano, perché il dottore “ha una missione importante” da compiere. Un estemporaneo primissimo piano su lei piangente che lascia gli USA per tornare dal marito ci avvisa invece che non avevamo capito niente e che lei è innamorata.

Il finale, due parole sul finale: l’indiano dice di essere stato spogliato di ogni religione e finalmente può consumare una notte di sesso con una prostituta indiana. Questi i segni della guarigione. Ora l’indiano indossa un bel completo scuro e se ne va verso una vita da guarito.

Una gran confusione nella sceneggiatura, rapporti incomprensibili, sequenze inspiegabili.

Le cure delle scienze d’origine europea per risolvere i mali dell’umanità guerriera ed espiare le colpe della forza colonizzatrice americana, per ricucire il tessuto sociale spezzato.

Un film che azzera le differenze in nome di un “romanticismo” mancato, forza di evocazione pari a zero, e che riproduce l’operazione di annientamento delle differenze messa in atto dagli americani nei confronti degli indiani delle riserve.

Il tentativo di estetizzare ogni scena con un po’ di postproduzione qua e là, qualche primissimo piano e dei bei costumi non regge, diviene subito patetico.

Non bastano qualche tecnicismo e una storia originale tratta da un diario storico per andare ad Hollywood.
La critica francese ha osannato il film: “Un’affascinante western politico” scrive Le Figaro, “Il duo formato da Benicio del Toro e Mathieu Almaric s’impone come un modello d’intelligenza e d’alchimia nel gioco” ci avvisa Rolling Stones.

Il film potrebbe uscire nelle sale italiane prossimamente e ve lo sconsigliamo profondamente.

Advertisements

About gracekant

Sempre alla ricerca della bellezza
Gallery | This entry was posted in Cinema and tagged , , , , , . Bookmark the permalink.

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s