Intervista a Christian Raimo

Ecco l’intervista che ho fatto a Christian Raimo per La Nouvelle Vague Magazine

Intervista a Christian Raimo

ANNA BONALUME 20 GIUGNO 2013 0 COMMENTS

Intervista a Christian Raimo

di Anna Bonalume

Ho conosciuto Christian Raimo in occasione della candidatura del suo ultimo libro, Il peso della grazia, edito per Einaudi, al Premio Narrativa Bergamo 2013. Ho divorato il suo libro in pochi giorni e una volta terminato ho provato quella sensazione di vuoto e mancanza che si avverte quando le cose sorprendentemente belle si interrompono. Raimo è un oratore molto chiaro, un giovane scrittore italiano, editore presso la casa editrice romana minimumfax. È laureato in filosofia e insegna con passione in un liceo della capitale. Interessante il suo modo diretto e senza fronzoli di porsi in pubblico. I suoi motti di spirito virtuali, le sue analisi acute dell’attualità pubblicate sul blog minimaetmoralia sono perle rare in un orizzonte teoretico e critico di imperante meschinità e superficialità. Ecco l’intervista:

canale150_90_eventFiles_1Sei soddisfatto di quello che fai? Sì, anche se è tutto molto stancante. Sono soddisfatto dell’insegnamento  che è un lavoro bellissimo, di una serie di laboratori che ho fatto quest’anno sulla scrittura per il teatro con Paola Minaccioni e Veronica Cruciani, che sono andati molto bene. Poi del libro Il peso della grazia e dei libri che ho curato per minimumfax: il libro di Montanari, il libro di Recalcati, il libro di Fantoni. Libri che ho voluto e curato.

Come sei riuscito a coniugare lo sguardo filosofico, nutrito di ricerche che sembrano essere distanti dalla contingenza, e le necessità della vita? Conoscenza e vita?  E’ una domanda difficile. Sono molto contento della scelta che ho fatto di studiare filosofia. Ho avuto dei professori molto bravi nel periodo in cui l’università ancora non era in crisi. La mia università, in fondo, è stata un modello di formazione non soltanto accademica, ma anche umana e intellettuale in tutto e per tutto. Ho avuto professori ottimi da Gabriele Giannantoni a Tullio De Mauro, a Marco Maria Olivetti che mi ha trasmesso l’importanza della filosofia etica e della filosofia prima. Ho studiato Wittgenstein, Levinas e Althusser. Sono stato fortunato.

-Qual è l’insegnamento della filosofia che consideri più importante? Per me è stato molto importante conoscere alcuni filosofi che mi hanno dato la capacità di pensare criticamente. Molti di questi hanno lavorato sul linguaggio, come Wittgestein ad esempio. La lezione di Giannantoni è stata importante, insieme a Kant letto da Garroni, Foucault, La Dialettica dell’Illuminismo di Adorno-Horkheimer, L’uomo in rivolta di Camus. Sono filosofi che hanno stimolato un modello critico, come Hannah Arendt.

-Quali sono i tuoi maestri? Il professore con cui mi sono laureato, Marco Maria Olivetti, morto a 60 anni. Un professore non molto conosciuto, ha scritto un libro complicatissimo Analogia del soggetto. È stato una figura di educatore modello: non faceva mai un momento di assenza, era sempre puntualissimo, teneva lezioni di una chiarezza totale, ha seguito gli studenti con grande attenzione e cura. Ha seguito la mia tesi con dedizione. Lo ricordo sempre volentieri tra i miei maestri…un professore quasi sconosciuto, tutto quello che ha fatto l’ha dedicato all’università. Aveva un’idea esemplare dell’università pubblica.

-Qual è la prima cosa che racconti ad una classe quando la incontri per la prima volta? Cerco di chiedere chi sono le persone. Ho capito che fare l’insegnante è un mestiere che esalta molto il narcisismo. Bisogna perciò creare degli anticorpi subito. Una delle cose che cerco di fare, perciò, è capire chi ho davanti. Si parte sempre da un pregiudizio in tutti i rapporti, ma essendone consapevoli si può gestire. Mentre cerco di capire chi ho davanti cerco di capire chi sono io. Si crea una relazione a scuola in cui è molto difficile fingere.

-Ti piace stare in Italia o sogni mete esotiche? Sono sempre stato a Roma, non me ne sono mai andato. Da una parte ci sono imprigionato, da un’altra parte mi piace moltissimo. Un po’ come quando ti sposi con qualcuno.

-Puoi ordinare in ordine decrescente le arti di tuo gusto, a partire da quella che ti emoziona di più? Il teatro è l’arte che mi emoziona di più, poi la scrittura. Poi il resto dipende, in modo discontinuo. Il teatro e il cinema mi piacciono molto, se posso guardare dei film al cinema sto bene.

-Cos’è la bellezza? La bellezza…la bellezza, ti rispondo in modo ortodossamente cristiano, ha a che fare con la conoscenza, con la conoscenza della verità.

-Quali sono le cose che ti gettano maggiormente in paranoia? La mancanza di verità, il non capire. Quando non riesco a capire quello che pensano gli altri, le situazioni.

-La guerra è da evitare o da combattere? E’ uno stato da cui l’uomo non può sottrarsi? Penso che negli ultimi anni ci sono sempre meno guerre. Si può evitare la guerra, ma non il conflitto. Il conflitto è una parte fondamentale dell’uomo, non ci sarebbero reazioni se non ci fosse il conflitto nella forma dell’aggressività. Anche Gesù afferma “sono venuto a portare la spada”. Bisogna lottare sempre, scegliendo le lotte giuste.

-Nell’editoria, sei un purista o abbracci la natività digitale? Sono un editore problematico, come bisogna sempre essere. L’importante è che i contenuti vengano veicolati nel migliore dei modi possibili. In alcuni casi possono esserci diffusioni via e-book, e-blog. Il  supporto è sempre funzionale a quello che si vuole comunicare. Posso trovare una poesia tradotta bene anche su Facebook.

-Hai mai pensato di fare il prete? Quando ero più piccolo, dai 18 ai 25 anni. Ho fatto un paio d’anni di discernimento vocazionale, poi ho pensato che c’erano cose che mi piaceva fare di più e questo fosse un motivo per dire di no alla vocazione.

-Cosa accadrà alle emozioni secondo te fra cinquant’anni? C’è una cosa che accade sempre di più, siamo in grado di gestirle sempre di più in modo multitasking. La capacità del cervello umano di gestire emozioni molto diverse nello stesso tempo è sempre più sviluppata. Secondo me le emozioni saranno una merce sempre più rara, apprenderemo a essere sempre più consapevoli. Penso ci saranno una maggiore consapevolezza e un’intelligenza emotiva che saranno il progresso dell’umanità. Alla fine di Comizi d’amorePasolini augurava all’uomo non solo di amare, ma di comprendere cosa vuol dire amare. C’è un processo di presa di coscienza rispetto ai sentimenti che va in questa direzione.

-Cosa trovi nella letteratura? La capacità di porsi il problema della verità, la possibilità di scandagliare la verità emotiva.

-Qual è il libro che ha inciso di più nella tua vita? Il Vangelo, amo moltissimo la raccolta Fiabe italiane di Calvino, Rodari. Poi Wittgenstein e altri autori che ho letto in età adulta.

-Concludi il tuo libro “Il peso della grazia”, edito da Enaudi, facendo dire al prete, il riferimento di Giuseppe, il protagonista, questa frase: BISOGNA ESSERE PRATICI. E’ il tuo modo di vivere, essere pratico? Un ideale? Il modo per essere felici? E’ una cosa che diceva sempre mio padre rispetto ai problemi e alle questioni. Quando ero ragazzino questa cosa mi infastidiva molto, mi sembrava una persona che volesse tagliare corto. Da adulto ho capito che è un invito ad aderire alle cose che si fanno, al proprio mestiere. E’ una cosa ereditata da mio padre.

-Nella scena musicale internazionale, cosa ti attira al momento? Sono abbastanza conformista, mi piacciono molto gruppi di indie rock The national, Blacke.

-Se fossi un politico, qual è la prima cosa che faresti per affrontare la crisi? Un teatro e una biblioteca in ogni quartiere.

-Se il popolo però ti dicesse: “ma noi abbiamo fame”? Un teatro e una biblioteca in ogni quartiere.

-Cosa manca all’Italia in questo periodo storico? Una classe di educatori preparati.

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