L’eterno apparire della verità come destino dell’uomo. Una conferenza del filosofo Emanuele Severino

Martedì 9 aprile 2013 presso l’Auditorium Modernissimo di Nembro si è tenuta l’ultima conferenza di filosofia del ciclo NOESIS 2012-2013 intitolato “Strade che portano lontano”.

Il filosofo Emanuele Severino

Il filosofo Emanuele Severino

L’associazione Noesis, come tutti gli anni, ha accolto a Bergamo celebri nomi della filosofia, tra i quali Vito Mancuso, Carlo Sini, Gianni Vattimo, Massimo Cacciari. Il filosofo Emanuele Severino è stato l’ultimo illustre ospite. Con intensità e rigore ha esposto alcuni nodi critici del suo pensiero in un intervento dal titolo “Il viandante e il castello”. Che cosa significa pensare la vita dell’uomo in termini di strada? Che effetti produce questo pensiero rispetto al rapporto dell’uomo con l’eternità e la verità? La conferenza si è svolta in un aula gremita, avvolta nel silenzio di un pubblico attento.
Il primo appunto del filosofo riguarda il significato etimologico latino del termine strada, ovvero stendere, appianare uno strato ottenuto dal dispiegamento di barriere che chi cammina incontra. Ognuno di noi, incominciando a vivere, si avvia lungo una strada. La strada è un appianamento degli ostacoli che si frappongono al nostro tentativo di conquistare nuovo spazio, alla nostra volontà di vivere. Gli ostacoli sono quelli imposti dal nostro ambiente famigliare alla nostra prima conquista del mondo o dalla natura all’uomo primitivo. La vita, in questo senso, si afferma nel tentativo di stendere le increspature, di modificare gli ostacoli dell’ambiente.
La natura, secondo il teologo tedesco Rudolf Otto, si presenta come sacro e sotto due aspetti: tremendum e fascinans. La volontà nel suo dispiegarsi illustra le barriere che incontra come monoliti immodificabili e terribili: per vincere una siffatta natura la volontà ha provveduto ad aggredirla non nella sua interezza, ma dividendola in parti. Per vincere la barriera l’unico modo è dividere il dio tremendum: le parti del dio-natura sono affascinanti perché costituiscono per l’uomo il cibo che gli permette di vivere. Nella quasi totalità dei miti l’uccisione avviene tramite squartamento del dio, dalle cui parti divise sorge il mondo: in Grecia Dioniso, in Egitto Osiride, nella religione vedica Prajapati. Anche nel cristianesimo questo appare in diversi momenti: il serpente afferma “sarete così come Dio mangiando la mela”, mangiando Dio. Al termine del racconto della Genesi Dio il settimo giorno si riposa, il Dio creatore sfinito esige riposo e ricostituzione della propria potenza. Cristo ricrea il mondo togliendo l’uomo dal peccato, salvando il mondo attraverso il sacrificio. La volontà viandante, la volontà di vivere si fa largo solo smembrando e creando nuove strade. La strada tuttavia deve essere in grado di tornare ogni volta su di sé rafforzando il dio: se l’uomo uccide dio così radicalmente, in uno spianamento senza ritorno anche la vita che è sorta dallo smembramento finisce. Il rafforzamento di dio da parte dell’uomo è realizzato con il sacrificio che in questo modo ripaga la colpa dello smembramento divino necessario per vivere. La strada della vita umana è un continuo abbattere barriere, nel caso della natura questo avviene grazie al fatto di nutrirsi di dio e al sacrificio riparatore.
Un’analisi dell’etimologia del termine castello illustra un altro significato di strada come distanza fra l’uomo e la verità. Nel pezzo di un sermone di Meister Eckart tratto dal vangelo di Luca si legge: “Intravit Jesus in quoddam castellum”. Gesù entrò nella casa di Marta e Maria: Marta sgrida Maria la quale ascolta le parole di Gesù, mentre lei è affaccendata a preparagli una degna accoglienza. Castellum deriva da castrum, luogo fortificato, accampamento. La traduzione migliore è borgo, luogo fortificato, inflessibile, contro il quale si dispiega lo stratum appianante della strada. Gesù sarebbe il viandante che rimuove la diversità del vecchio Dio veterotestamentario: entra nel castello
del vecchio sacro originariamente inviolabile e lo smembra. Meister Eckhart dà al termine castello il significato di anima. Maria e Marta corrispondono alla duplicità dell’anima nell’ascolto della verità e nell’affaccendarsi per essa. Questi due aspetti dell’anima determinano due attitudini diverse rispetto alla verità, come ricezione e come percorso verso. Severino a questo punto ha ripreso l’affermazione di Gesù “Bussate alla mia porta e vi sarà aperto”: la porta, dal momento che egli definisce se stesso verità, è la verità. Per arrivare a bussare alla porta è tuttavia necessario intraprendere una strada, la quale si dispiegherebbe nella non-verità: su questa strada il viandante non può produrre la verità, manifestarla. Se si afferma al contrario che è la verità stessa che si muove verso di noi, come nel caso della grazia nel protestantesimo, bisogna chiedersi: la verità che ci raggiunge che cosa raggiunge? Raggiunge, di nuovo, la non-verità. Affinché accogliamo la verità giunta nella nostra non-verità è necessario modificarla, obnubilarla: abbracciandola siamo costretti a declinarla.
Chi sostiene la nostra separazione dalla verità sostiene anche la sua impossibilità. Emerge una nuova figura del castello: non si tratta più di un luogo la cui fortificazione è squartata, infranta dal percorso della strada. Se non vogliamo trattenerci nello scetticismo dobbiamo avanzare l’ipotesi secondo la quale la verità non è separata da noi: noi siamo da sempre il luogo che accoglie le strade, l’eterno apparire della verità, il luogo in cui appare l’eternità di tutte le cose. Lo stare nella verità è il nostro destino. Il destino della verità in questo senso è uno stare e non un provenire da. Il castellum così inteso significa che tutto è eterno, la strada non è un appianare, lo strato è un venire in eternità della strada. Noi quindi siamo il destino della verità. Questo destino è un ottimismo nei confronti della vita. In questa prospettiva tutto è beato nell’eternità non da raggiungere, ma quale luogo in cui noi da sempre siamo. Severino conclude affermando che la necessità è che dopo la terra isolata dalla verità ci sia la terra che salva.
Se la strada non è più un percorso che testimonia una distanza decisiva rispetto al castello, rispetto alla verità da espugnare in un passaggio dalla non-verità alla verità, allora ognuno di noi è da intendersi come luogo della verità e dell’infinità delle strade.

Advertisements

About gracekant

Sempre alla ricerca della bellezza
Gallery | This entry was posted in Filosofia, Giornalismo and tagged , , , , , , , . Bookmark the permalink.

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s