Papa Francesco: la novità della povertà

jorge-bergoglio-el-nuevo-papa-1677260w615Mercoledì 13 marzo ci siamo trovati in molti di fronte agli schermi televisivi. Ci siamo sentiti parte di un tutto, del mondo, abbiamo voluto condividere un evento storico che interessa fedeli e non fedeli. Attesa. E’ arrivata la fumata bianca. Silenzio. Il messaggio che annuncia dal balcone il nuovo Papa non è troppo chiaro, giunge alle nostre orecchie un nome mai sentito, non previsto tra i possibili eletti. Jorge Mario Bergoglio. Stupore, incredulità. Un primo silenzio della folla. Un’emozione ha travolto tutti. Il nuovo Papa è argentino e inaspettato, si chiamerà Papa Francesco.

Dal 1523 al 1978 i Papi eletti sono stati tutti provenienti dall’attuale suolo italiano. Ecco che nel XX secolo arriva la Polonia e il XXI secolo è momento di cambiamenti: si passa dalla Germania e con grande stupore ad un papa proveniente dalla “fine del mondo”.

Sembra essere un cambiamento vicino ai movimenti globali che vedono protagonista il nostro mondo in quest’ultimo secolo. Gli stati europei sembrano non avere più peso e importanza se assunti singolarmente: ora le geopolitiche e i movimenti di sviluppo hanno grandezze continentali, la comunicazione e i trasporti si compiono tra continenti. L’Europa comunica con le Americhe, con l’Asia per progettare il futuro. Ecco il futuro della Chiesa: arriva dall’America del Sud, là dove il cristianesimo è forte e dove forse trova le radici per una vera e propria rinascita.

Per quanto riguarda i sintomi di rinnovamento connessi con l’elezione del nuovo Papa, essi sono evidenti e si danno attraverso simboli potenti: Bergoglio è il primo gesuita eletto Papa, è il primo a decidere di chiamarsi Francesco. Il nome scelto è in onore di San Francesco d’Assisi: l’ordine francescano si inserisce nel movimento pauperistico del XIII secolo, al tempo in acceso spirito di riforma contro i costumi ecclesiastici, coinvolti nella Lotta per le investiture. I valori difesi e diffusi dall’ordine sono povertà, umiltà e fraternità. I primi atti del Papa cadono in questa direzione, testimoniano la vera natura del simbolo, del nome scelto, nome quale segno che rinvia a pratiche, pratiche che in questo caso assumono l’aspetto di gesti rivoluzionari. Mai come ora il mondo intero ha bisogno di questa ventata di novità.  Il più grande storico del Medioevo di tutti i tempi, Jacques Le Goff, così ha affermato in un’intervista del 15 marzo al Corriere: “Non sono credente, ma il nuovo Papa mi ha emozionato. La scelta del nome in omaggio a San Francesco…lascia presagire cambiamenti straordinari per la Chiesa”.

Un velo di sobrietà e povertà sembra espandersi, più potente di un annuncio verbale, grazie al modo di muoversi del Papa: paga il conto della stanza dov’era ospitato a Roma, sceglie di non sedersi sul trono, dopo l’elezione non sale sulla consueta Mercedes scura, ma sul pulmino insieme agli altri cardinali, non indossa la croce d’oro, ma quella di ferro. I segni sono importanti e sono stati accolti da fedeli e non con stupore. In un tempo in cui uomini politici distruggono con i loro segni la speranza nel benessere dei cittadini, mostrando come la corruzione è insita e apparentemente innata in chi detiene la ricchezza e il potere, si avverte mai come ora un bisogno profondo di novità e un esempio di umiltà. Per una ragazza di ventiquattro anni come me, che ha studiato in varie parti d’Europa e anche in Sud America, appena rientrata nel suo paese, l’Italia, un paese appestato da scandali, lamentate miserie, disagi urlati, mancanze economiche e comunitarie, questo rinnovato stupore per un seme di rivoluzione in seno alla Chiesa dà speranza.

La speranza così rara in questo tempo di crisi esistenziale ed economica che ci vede protagonisti, così preziosa e indispensabile per nutrire lo sviluppo degli esseri umani, per sostenerli nelle loro attività e dare avvio al progetto del futuro. Il futuro dei giovani, dei ragazzi che studiano e che hanno appena terminato di studiare innanzitutto. In un momento di stasi come questo, in cui anche noi ragazzi siamo portati a fermarci e interrompere la ricerca a causa della miseria, della mancanza di occasioni e quindi di cura per l’avvio e la crescita delle nostre vite sociali da parte delle istituzioni, le parole del Papa sembrano dare una nuova dimensione di vicinanza dell’istituzione religiosa e una grande scossa a tutto il popolo.

Giovedì 14 marzo il Papa ha celebrato la messa nella Cappella Sistina, la messa “pro Ecclesia” che si svolge come tradizione nel luogo dell’elezione. Non segue i protocolli in latino  e parla in italiano. La sua omelia mette l’accento su tre movimenti della vita: camminare, edificare, confessare.

Esorta a continuare a camminare, a procedere nonostante alcuni movimenti ci tirino indietro. L’invito è di camminare confessando la Croce del Signore. E in particolare costruire, edificare. Nella conclusione sottolinea la necessità del coraggio per camminare in presenza del Signore.

Ora questa omelia mi suscita profonde interrogazioni: innanzitutto quali altre istituzioni, e in particolare politiche, si stanno occupando di parlare in modo così esplicito e stimolante di cammino, coraggio e costruzione? Quali organi preposti allo sviluppo e alla difesa del “cammino” dei giovani in senso più generale stanno esortando con forti segnali i ragazzi a vivere nella povertà continuando a camminare? Quali esempi positivi esistono per un ragazzo di oggi in grado di stimolarlo a lottare, a continuare a camminare nonostante le difficoltà per un futuro migliore?

Il nuovo Papa si presenta come un esempio positivo universale, un rinnovato stimolo per guardare gli eventi nel loro trasformarsi e camminare verso la novità, abbandonando la gravità, la “staticità” dei sintomi della crisi.

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