Sunset Limited regia di Fabio Sonzogni

Sunset Limited, edito per Einaudi nel 2008, è l’unica incursione di Cormac McCarthy (“Non è un paese per vecchi”, “La strada”) nella drammaturgia. In Italia il testo non è mai stato preso in considerazione, messo in scena, se non nel 2010 a Bologna dal regista Adriatico. Il film televisivo diretto da Tommy Lee Jones è andato in onda nel 2011, e ha visto due protagonisti d’eccezione: lo stesso regista, Tommy Lee Jones, e Samuel L. Jackson.

Sunset Limited_fabio sonzogni e fausto iheme caroli (01)

Lo spettacolo del regista Sonzogni è sublime.

La vicenda si avvia quando Nero sottrae Bianco dal gettarsi sotto le rotaie del Sunset Limited, metropolitana di New York. Nero porta Bianco nel suo misero appartamento. La scena del dialogo si apre sui due personaggi seduti uno di fronte all’altro allo stesso tavolo di forma circolare. Lo scambio di battute tra Bianco e Nero dà corpo ad un duello dal ritmo serrato, coinvolgente per la potenza delle parole, per la capacità di ingannarci in un’immedesimazione mai possibile, sempre incerta, mai collimante con i due personaggi. La lucidità e chiarezza dei loro pensieri sulla vita e la morte tiene lo spettatore con il fiato sospeso. Bianco e Nero si sfidano a colpi di visioni del mondo. Bianco, professore americano di mezza età, ha creduto nelle “cose culturali” come “l’arte, la musica, i libri”, una volta ha creduto nel valore delle cose, nei libri come formazione necessaria e virtuosa, la cultura come senso dell’essere umano, tappa necessaria del suo sviluppo. Nero, invece, galeotto convertito, ha incontrato Dio per la prima volta in galera: si è fatto sette anni di carcere, durante i quali si è interrogato più volte sul “capitolo Dio della faccenda”. Si è redento e il suo compito è di soccorrere il prossimo ritenendolo prima di tutto un fratello, come sta scritto nella Bibbia. Per Bianco “la comunità dei fratelli” è fondata solo e soltanto sul dolore e vorrebbe dare fine a questa “catena” con il proprio suicidio.

Due visioni antitetiche che non tendono mai a convergere. Ogni volta ci illudiamo di condividere la posizione di una delle due parti, Bianco o Nero, vivendo la sensazione estraniante dello scarto dovuto alla mancata empatia. Il nostro consenso rispetto ai due scivola come pioggia sulle finestre. I protagonisti avvicinano e respingono con agilità chi li ascolta in una specie di altalena esistenziale, dalla stabilità apparente.

Mettere in scena questo testo è un atto coraggioso, ma necessario, emerge come bisogno dalle inquietudini di questo momento storico che disimpara sempre più ad interrogarsi.

Sonzogni ci accoglie al Teatro Sala Fontana,  poltrone rosse, di fronte ad un massiccio tagliafuoco nero che divide dalla scena. Buio. Avvertiamo in lontananza dei brusii che si fanno forti e chiari, siamo in un qualche quartiere di una grande città americana, lontani dal centro. Il rumore si infittisce sulle note di un attrito fra le ruote di un treno in frenata e le rotaie. Fino a diventare silenzio. Dal buio sorge una luce fioca, che si trasforma lentamente in un’espansione totale di luce sulle prime battute. La scena ci viene rivelata attraverso un passaggio di luce ascendente, fino a “sovraesporre” tutto e tutti sul palco. Scopriamo il luogo della scena.

Una casa arredata di bianco. Un tavolo, un divano e una poltrona coperti da un tessuto bianco, come a riposo, di appartenenza alcuna, nascondono le proprie qualità per diventare oggetti neutri. Il bianco degli oggetti domina una scena strutturata su quinte e pareti nere. Un uso della simbologia mai didascalico, mai scontato, interessante perché evocativo, attrattivo. In secondo piano ci sono una cucina, un angolo-lavabo e un frigorifero massiccio. Un attaccapanni sottile bianco. Una porta blindata da numerosi lucchetti, nera. Ma soprattutto una finestra, una finestra attraverso la quale intravediamo e udiamo una pioggia perpetua, piacevole, intima. Esclusivo elemento di “apertura” all’esterno, di comunicazione con il “mondo orrendo” là fuori, con la “vita orrenda” là fuori. I rumori che avvertiamo, che non diventano mai musica nel corso dello spettacolo, si armonizzano e sostengono la scelta della finestra: per tutto il tempo rumori di sottofondo accompagnano la condivisione dello spazio da parte di Bianco e Nero. La vita c’è, la vita è testimone di questo dialogo sulla vita: lavita attraverso urla di litigi, pianti di bambini, brusche frenate, clacson, esercizi di tromba da lontano, e tuoni, tuoni inaspettati che rompono i silenzi o accompagnano come ombre le battute.

La pioggia è elemento perpetuo, costante presenza, l’acqua dà vita, ma la vita, scivola sui vetri, all’esterno. Il suo rumore scompare quando seguiamo le battute dei protagonisti e ritorna ad essere percepita tra i loro silenzi. Accompagnamento musicale che conferisce l’aspetto di chiusura e intimità dell’ambiente ricreato.

Impossibile non accorgersi di un tulle nero che divide la scena in cui i due protagonisti dialogano e la platea. Il tulle nero è una specie di schermo, una divisione “tra palco e realtà” che racchiude ulteriormente l’atmosfera ricreata dagli attori, dai loro gesti, dai loro sguardi che creano limiti, che confinano lo spazio in un cubo.

Un’armonia quella creata tra scenografia, luce, suoni e recitazione.

Il testo ci presenta la concretezza della vita, delle scelte, delle riflessioni che coinvolgono chiunque degli umani sia indeciso, coinvolto in affari sopra alle azioni del quotidiano “recarsi al lavoro”

La difficoltà nell’approccio ad un testo simile è notevole. Chi decide di mettere in scena questo testo senza adattamenti dev’essere consapevole della sfida, della prova di abilità richiesta. Sonzogni, a parte un piccolo taglio verso la fine, ha deciso di mantenersi fedele al testo di McCarthy.

I tempi, le svolte narrative, la struttura dialettica delle battute non sono infatti concepiti in modo da favorire una rappresentazione interpretata a tempi di vita, a tempi di palco. I temi trattati, la scelta della sintassi richiedono infatti un lavoro di montaggio cinematografico per poter divenire appetibili e incalzanti nel contesto di una fruizione che non sia la lettura.

Un senso di adesione alle parole pronunciate, ai dubbi e alle domande eterne dell’umanità che esse esprimono sembra trasparire dallo spettacolo di Sonzogni. Superando e vincendo le numerose difficoltà che il testo presenta, il regista è riuscito a trattenerci nella storia, nella finzione, ad emozionare nonostante la portata esistenziale dei temi dibattuti.

Lo spettacolo di Sonzogni sorprende. Le scelte registiche non sono mai scontate, la recitazione stimola l’attenzione e combina effetti sul pubblico di riso, tensione e riflessione, nessuna distrazione è concessa.

Decisamente lo spettacolo più maturo del regista, di cui ricordiamo l’interesse suscitato da “Misura per Misura”, “Medea” ed “Edipo”.

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2 Responses to Sunset Limited regia di Fabio Sonzogni

  1. Fabio says:

    E’ la mia prima regia di un testo contemporaneo – escludendo Orgia di Pasolini scitto in versi. Avevo un gran timore. Mi sono aggrappato al testo e lui non mi ha tradito. Le considerazioni e lo sguardo che questa recensione racconta mi dà fiducia e forza. Grazie. (Il regista di Sunset Limited)

    • gracekant says:

      Grazie per il suo intervento. Sarebbe un onore poterla intervistare riguardo al suo lavoro. Complimenti per lo spettacolo e sopratutto la recitazione. Spero di poterlo rivedere l’anno prossimo. Gracekant

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