La migliore offerta. Tornatore non convince.

Una storia che vacilla. Un film che non ha molto da raccontare.

Immagine

Eccellenti riprese. Fotografia accattivante. Un protagonista,l’attore Geoffrey Rush, che dopo “Shine” e il recente “Il discorso del re” non può essere dimenticato facilmente. Giovani attori, Jim Sturgess e Silvyia Hoeks, energici, molto energici. Ma questo non basta.

Il primo tempo ci racconta il protagonista: un uomo “mai nato”, un pezzo d’antiquariato che vive a distanza dal contatto con il mondo. L’identità del personaggio è determinata dal lavoro che compie: colleziona opere d’arte d’inestimabile valore, valuta il valore delle opere, fa sopralluoghi per le vendite di mobili antichi, ma soprattutto gestisce aste da milioni e milioni di dollari in tutto il mondo. La sua fama determina la sua ricchezza. La sua solitudine è un imponente tratto del suo essere quanto la sua capacità di stimare il valore delle opere d’arte. Siamo coinvolti da quest’uomo, attorniato da cose mai ordinarie, che non potremmo mai permetterci e rubano un immediato effetto di sorpresa, come un’infinita schiera di guanti adagiati come opere d’arte lungo una parete a scorrimento, oltre a camicie e pantaloni, in una sorta di trip perverso in cui si celebrano le doti del Passato, la mancanza di telefoni cellulari, la contemplazione delle proprie opere d’arte, una patologica attenzione ad evitare ogni contatto con oggetti toccati da altri come il telefono. La scena iniziale, ambientata il giorno precedente al compleanno del misantropo astista elegante in un ristorante particolarmente chic, esasperata in modo grottesco da ogni ripresa, ci avverte del fatto che non si tratta di un qualunque uomo solo. Un anziano amico canuto, interpretato da Donald Southerland (” Orgoglio e pregiudizio”, “The italian job”, “6 gradi di separazione”) rappresentazione stilizzata dell’artista o pittore che dir si voglia, tenta di tornare il vecchio confidente di sempre di Virgin Oldman, il protagonista.

Finché questo bel quadretto, dipinto fra Vienna e il Friuli, inizia a vacillare. Alcune telefonate da parte di una voce femminile inizialmente anonima, lo invitano a fare un sopralluogo presso una villa. L’equilibrio di perfezione e autorevolezza del personaggio trova nel non rifiuto della voce femminile le prime crepe. La donna non si presenta all’appuntamento e con varie scuse diserta altri appuntamenti concordati con Oldman. La voce di donna ci informa che la villa è dei genitori della ragazza, la quale a seguito della loro morte, vorrebbe venderla insieme ai mobili.

La villa pare abbandonata e immediatamente riconosciamo il suo essere italiana: diviene all’istante il fulcro della storia, il luogo chiave.

Per descrivere questo luogo dall’esterno Tornatore sceglie di desaturare l’immagine, così da ottenere un effetto “più che reale”.

La crisi del protagonista prende avvio dalla prima telefonata della ragazza, dando avvio ad una lenta discesa, un mutamento del carattere e delle reazioni dell’uomo.

Dapprima Oldman incontra il guardiano zoppicante della casa (una serie di luoghi comuni ripetuti, ed ecco che dopo Mister Guggenheim e l’amico Picasso arriva Edipo ad introdurre il luogo del mistero) il quale ammette di non aver mai visto la ragazza e introduce il protagonista nella casa. La villa è uno scrigno magico, ogni stanza suscita sorpresa per la quantità di ricchezze sepolte e appartenenti al passato. Si scopre che la ragazza è agorafobica e ha scelto di non uscire mai da una delle stanze della villa da quando aveva 15 anni (ora ne ha 27).

1-      Con fatica crediamo che Oldman, così come è stato raccontato nella prima parte, si faccia commuovere da una voce perennemente lagnosa al telefono che inventa storie e non si palesa. La ragione unica del cambiamento di rotta pare la grande stima e venerazione che la donna misteriosa riserva al telefono ad Oldman.

2-      Confidente e collaboratore di Oldman , un ragazzo giovane che lavora in proprio in un negozio in cui ricostruisce e aggiusta qualsiasi oggetto, laboratorio di ferramenta, ma soprattutto ricostruisce con pazienza dei pezzi di un automa che Oldman ritrova nella casa della ragazza. Il tema è “il puzzle di un mistero”. Il ragazzo è prototipo del ragazzino tutto fare che ha molto successo con le donne e lavora in cambio di cene con clienti attraenti. E’ l’unico umano-confidente di Oldman.

Il protagonista prende appuntamenti con una voce telefonica femminile, di cui si determina il luogo di provenienza della casa. Da una stanza la ragazza parla con il collezionista. Inevitabile un lento innamoramento, di cui siamo informati fin dall’inizio. La ragazza si palesa finalmente. Crediamo troppo poco che la sua agorafobia sia realmente il motivo del suo nascondersi.

Il personaggio che ci viene presentato ha poche delle caratteristiche che vengono narrate, quelle da “cavernicola” che è rimasta chiusa in una stanza per 12 anni.

Tornatore ha deciso di perseguire la via dell’originalità e del simbolismo inserendo il personaggio della nana-osservatrice della vicenda, l’oracolo onnisciente. E’ collocata fissa in un bar da cui osserva l’esterno attraverso una finestra: bar in cui Oldman è spesso di passaggio trovandosi di fronte alla casa. Il protagonista riesce a far uscire dal suo nido-nascondiglio la ragazza.

Un finale spiazzante impone al pubblico di non credere a tutto ciò a cui si avrebbe dovuto credere.

La ragazza cavernicola, il ragazzo confidente e la sua ragazza non sono che comparse nella vita reale di Oldman o protagonisti di un film di un’altra realtà, non è dato sapere, presenze illusorie il cui intervento è stato deciso dall’anziano amico artista del protagonista.

Una storia che sembra mancare di forti basi d’appoggio. La raffinata macchina tecnica del cinema non riesce a convincere il pubblico se non al servizio di una storia i cui meccanismi siano chiari e ben studiati, che possono rivelarsi intraprendenti solo se risultato di uno sguardo sapiente.

Forse questo sguardo in Italia dovrebbe essere educato da sceneggiatori americani?

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Sempre alla ricerca della bellezza
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